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BOLLETTINO
DELLA
SOCIETÀ DI NATURALISTI
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BOLLETTINO
DELLA
SOCIETÀ DI NATURALISTI
SERIE I. — VOL. VII.
ANNO VII. 1893
FASCICOLI I e II
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NAPOLI Stabilimento Tipografico Ferrante, Via Solitaria 1 a 3.
1893
Intorno alla Phyllaplysia Lafonti P. Fischer. — Nota di G. Mazzarella (Tav. I).
(Tornata del 5 Febbraio 1893)
Nel 1870 P. Fischer nelle sue « Osservazioni sulle Aplisie » (1) parlava di una particolare specie, da lui rinvenuta nella baia di Ar- cachon, alla quale dava il nome provvisorio di Dolabrifer Lafonti.
Due anni più tardi il Fischer (2) riconosceva che la nuova spe- cie da lui osservata apparteneva anche ad un nuovo genere, a cui dava il nome di Phyllaplysia, e pubblicava le diagnosi tanto del ge- nere che della specie. Queste diagnosi sono state da lui riprodotte nel suo manuale di Conchiliologia (3).
Le osservazioni di P. Fischer sulla Phyllaplysia Lafonti si limitano soltanto ai caratteri esterni e a pochi dati sui denti della radula ; diguisachè nulla può conchiudersene circa ai rapporti che passare tra la Phyllaplysia e le altre Aplysiidae.
Essendomi stato spedito gentilmente dal Dott. H. Fischer di Parigi un esemplare di Phyllaplysia Lafonti, proveniente dalla baia di Arcachon, e desiderando di riempire una lacuna della mia « Mo- nografia delle Aplysiidae » (4), pubblico ora in questa nota alcuni caratteri anatomici della Phyllaplysia, che permetteranno nel tempo
(1) P. Fischer — Observations sur les Aplysies; in: Ann. d. Se. Nat. Zool. (5) t. XIII 1870.
(2) P. Fischer — Journ. d. Conchyl. XX 1872.
(3) P. Fischer — Manuel de Conchyliologie — Paris 1887.
(4) G. Mazzarelli — Monografia delle Aplysiidae del Golfo di Napoli — Napoli 1893.
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stesso di completare la diagnosi di questo genere, e di precisarne la posizione sistematica, rimandando per gli altri caratteri il lettore ai lavori di P. Fischer o alla mia Monografia.
Le mascelle della Phyllaplysia Lafonti son costituite di baston- celli cilindrici, piuttosto grossi, non di rado con 1' estremità libera alquanto incurvata (fig. 1.)
La radula presenta, in ciascuna sua serie, dei denti laterali e un dente mediano. Questo ha le braccia della lamina molto allungate e alquanto divergenti ; la cuspide, poco sviluppata, non oltrepassa il margine della lamina, ed ha ai lati un dentino poco sviluppato. Nel punto opposto a quello in cui trovasi la cuspide , il corpo del dente presenta una breve prominenza (pr.). I denti laterali hanno il braccio della lamina molto allungato ed alquanto incurvato , e presentano una cuspide corta e robusta, la quale trovasi però al- quanto più sviluppata, che nella figura, nei denti situati ad una di- stanza media tra il dente mediano e i denti marginali. Oltre alla cu- spide dal corpo del dente partono due dentini acuminati (d), rivolti verso la cuspide (fig. 2).
Il /ubo digerente non presenta nulla di notevole che lo distingua da quello delle altre Aplysiidae, e mostra maggiore rassomiglianza con quello del genere Notarchus.
Il sistema nervoso centrale (fig. 3) presenta otto gangli : due cerebrali, due pedali, quattro viscerali. Non avendo potuto far se- zioni, per mancanza di materiale, non posso dire se esistano o no gangli ottici. I gangli cerebrali (e), di forma ovoidale, son riuniti da una corta commessura (ce). Essi anteriormente mandano due lun- ghi connettivi, che li riuniscono ai gangli boccali, posteriormente due assai corti connettivi (cc.v.) che li riuniscono ai gangli viscerali an- teriori, e inferiormente altri due connettivi, piuttosto corti, ma al- quanto lunghi relativamente ai cerebro-viscerali, che li riuniscono ai gangli pedali. I gangli pedali (p) sono più grandi dei cerebrali, e sono riuniti tra loro da una corta ma ben distinta commessura pedale. Essi son riuniti ai gangli viscerali anteriori da assai corti connettivi.
I gangli viscerali anteriori o protoviscerali (v') sono tondeggianti. Da essi non parte alcun nervo. I gangli viscerali posteriori o deu- toviscerali, grandi come i protoviscerali, sono ben distinti tra loro, e riuniti da una brevissima commessura (cvr). La commessura viscerale, (cv') sulla quale trovansi i due gangli deutoviscerali, è molto corta, come nella sottofamiglia delle NotarcMdae, e presenta la sua branca destra molto più corta della sinistra. Ciò conduce ad una asimme- tria del sistema, nervoso centrale. Infatti a destra trovansi un gan-
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glio protoviscerale e uno deutoviscerale , nel mezzo, a livello della commessura pedale, trovasi l'altro ganglio deutoviscerale, e a sinistra soltanto P altro ganglio protoviscerale.
L' apparato riproduttore (fig 6) è sul tipo di quello delle altre Aplysiidae (1) e delle Aceridae (2) La gianduia ermafroditica , co- me nelle Dolabelle (3) e nelle Notarchidae (4), è interamente distinta dal fegato. Essa è costituita di grossi lobuli alquanto staccati gli uni dagli altri. Il piccolo condotto ermafroditico (p. erm.) è asssai sot- tile e tortuoso. Nella massa genitale annessa ( m. g. ) la gianduia dell' albume (alo.) è , superiormente, del tutto scoperta. La tasca copulatricc (te.) è inserita assai posteriormente nel grande condotto ermafroditico. Questo (gr. erm.), invece di dirigersi diritto in avanti, come nelle altre Aplysiidae, si rivolge indietro. La sua prima por- zione è assai sottile, quasi quanto il piccolo condotto ermafroditico. La seconda invece, dopo aver ricevuto lo sbocco della vescicola di Swammerdam (Sto), che ha un condotto piuttosto lungo, si rigonfia gradatamente sempre di più, finché sbocca superiormente con l'ori- fizio genitale (or), e si continua con la doccia genitale dorsale (do). Il pene (fig. 4) è contenuto in una guaina assai lunga (ms). Esso, li- berato dalla sua guaina, presenta, in alcool, la forma rappresentata nella fig. 5. Numerose punte cornee , a guisa di uncini, rivestono la superficie del pene (fig. 8), a somiglianza di quello che accade nel Notarchus. Come scorgesi dalla figura, queste punte son rivolte, come nel Notarchus, verso la base del pene.
La gianduia del Bohadsch è diffusa.
Non ho potuto trovare alcuna traccia di conchiglia, la quale del resto non è stata rinvenuta neppure dal Fischer.
Da queste poche osservazioni anatomiche si può conchiudere
(1) Mazzarelli G. — Ricerche sulla Morfologia e Fisiologia dell' apparato riproduttore nelle Aplisio del Golfo di Na- poli. — Napoli 1891, in: Meni. R. Accad. Se. fis. e mal. (.2) Voi. IV. e Mo- nografia delle Aplysiidae del Golfo di Napoli. — Napoli 48 '93.
(2) Mazzarelli G. — Intorno all' apparato riproduttore di al- cuni Tectibranchi in: Zool. Anz. n. 367 u. 368. 1891.
(3) Mazzarelli G. e Zuccardi R. — Sulle Aplysiidae raccolte dal tenente di vascello G. Chierchia nel viaggio della «V. Pisani — Napoli 1890, Mem. Soc. IL ci. Se. delta dei XL — T. Vili
(4) Cfr. Vayssière A. — Recherches zoologiques et anato mi- ques sur les Mollusques Opistobranches du Golfe de Mar- seille — Mandile, 1885, in: Ann. Mus. H. N. de Mars. Zool. t. II. e la mia «Monografia » sopra citata.
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prima di tatto, che indubbiamente il genere Phyllaplysìa appartiene alla sotto-famiglia delle Notarchidae, e in secondo luogo che No- larchus e Phyllaplysìa sono forme assai affini. Assai probabilmente queste due forme derivano da una forma primitiva, affine ad Aply- siella, la quale subì un processo evolutivo seguendo due direzioni affatto diverse. Mentre da un lato questa forma primitiva, adattan- dosi al nuoto in un modo del tutto speciale, dette origine a Notar- chus, che si distingue per la presenza di una cavità pleuropodiale spe- ciale, che serve al nuoto, e per una notevole rudimentazione del piede, dall'altro lato, adattandosi allo strisciare, dette origine a Phyl- laplysìa , che si distingue pel suo corpo particolarmente depresso, pel suo piede ampio, sviluppatosi considerevolmente, mentre i suoi pleuropodi conservano la forma, che essi anche attualmente presen- tano in Aplysiella.
Napoli, Stazione Zoologica, 23 Gennaio 1893. Spiegazione delle figure.
Fig. 1 — Bastoncelli delle mascelle ('/7 Leitz).
2 — Denti della radula (mediano e laterali) ('/7 Leitz).
3 — Sistema nervoso centrale, (y7 Leitz).
4 — Pene nella sua guaina (ingr. 6 volte).
5 — Pene sguainato « « »
6 — Apparato riproduttore visto di sopra (ingr. 6 volte).
7 — Massa genitale annessa vista di sotto (ingr. 6 volte).
8 — Punta del pene con gli uncini cornei di cui è fornito (2/i Cachet). N. B. Le figui'e 1, 2, 3 e 8 sono state disegnate con 1' aiuto della camera lu- cida Nachet.
— 9 — Note su' Cestodi di V. Diamare.
(Tornata del 5 Febbraio 1893)
I.
Di un'altra nuova specie del gen. Dipylidium Lt
Diedi nel Bollettino del passato anno (1) alcuni caratteri com- parativi tra le due specie conosciute di questo genere ad un' altra nuova, Dip. Trinchesiì. Dispensandomi anche questa volta dal fare un' esame minuto d' un altra nuova specie di questo genere, raccolta in Alessandria d'Egitto dal D r. Pasquale anche in un gatto, e gentilmente offertami, cosa che farò nel lavoro sul genere che ho già completato, ne darò soltanto una breve diagnosi in compara- zione della specie più affine, Dip. echinorhyncoides Sons. (2). La dedico al suo gentile scopritore.
Dipylidium Pasquale! nov. sp.
Tra i Dipylidium conosciuti è quello che raggiunge maggiore lunghezza 20 a 30 e più centimetri.
Capo globoso , grosso circa il doppio di quello di Dip. ecìiino- rliyncoìdes — Rostello conia porzione clavare cilindrica, acuminata all'apice, piuttosto tozza, laddove nel Dip. echinorhyncoides essa è più larga in basso, indi si restringe per riallargarsi nuovamente all'apice, come ben descrive il Sonsino (3). La clava è armata di 16 serie di uncini il cui disco basale è quasi circolare, più largo del disco di Dip. echinorhyncoides, mentre la lama , tozza e poco arcuata , è più corta circa la metà della lama di quest'ultimo, il Dip. echinorhyncoides presenta un'importante particolarità sfuggita al Sonsino, non avendo questi naturalmente sezionato lo scolice. d'avere cioè il fondo dell' invaginazione cefalica (guaina rostellare)
(1) Vedi questo Bollettino Ser. II Voi. VI 1892 pag. 46 48.
(2) Sento qui il dovere di ringraziare il Prof. Sonsino della cortesia usatami nell' inviarmi non solo alcuni preparati della sua specie ma ancora un' esemplare intero, senza di che non avrei potuto sincerarmi se questa fosse realmente specie differente da quella.
(3) Sonsino. T. echinorhyncoides in Process. Verb. Soc. Tose, di scienze Nat. Ad. 19 Gennaio 1889..
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armata ancor essa d'uncini, e, secondo lo stato di maggiore o minore protrazione è chiaro che, innalzandosi più o meno il fondo con il rostello, si veggono or più or minor serie d'uncini ; nello stato di retrazione le serie sono in effetti anche 16, poiché le punte degli un- cini del fondo dell'invaginazione, rivolte in alto, si adattano tra gli spazii che intercedono tra gli uncini impiantati sulla clava rostellare, e sembrano appartenere a questa. — Nel Dip. Pasquale! il fondo dell'invaginazione cefalica è inerme.
Le proglottidi di questa nuova specie raggiungono molto tardi la maturità sessuale, analogamente al Dip. caninum ed differenza del del Dip. Trinchesii , ed in tale stato sono ancora molto corte ed hanno forma quatrilatera. I pori genitali sono situati al disopra della metà margino-laterale, carattere comune anche al Dip. echi- norhyncoides ed al Dip. Trinchesii, ma la vagina vi sbocca allo stesso livello della tasca del pene alquanto contorta su stessa e piccolma, mentre nel Dip. echìnorhyncoides sbocca immediatamente al disotto della tasca del pene, relativamente grossetta, e nel Dip. Trinchesii, come feci notare nella Nota citata, al di sopra.
La vagina inoltre presenta come nelle altre due specie una vera riserva seminale, la quale, dico qui per accidens manca nel Dip. caninum ed è supplita invece da un dilatamento della prima porzione dell' ovidotto che segue immediatamente allo sfintere ovarico : sulla prima curva che descrive questo slargamento che indicherò col nome di riserva comune ai prodotti dei due sessi sbocca la vagina.
L'ovario del Dip. Pasqualei ha due lobi ramificati ; il vitello- geno è bilobo — Le proglottidi mature (distaccate e libere) hanno forma lanceolata e racchiudono capsule uterine globulari, contenenti ciascuna un solo uovo. Citerò in ultimo come caratteristiche di questa specie la rilevante grossezza dei grandi tronchi escretori (circa il triplo di Dip. caninum) e quella di avere il mesenchima letteral- mente infarcito di corpuscoli calcarei.
IL
Osservazioni sulle Teniadi a duplici organi genitali degli uccelli
Mi sono convinto durante i miei studii sui Dipylidium, intorno ai quali fra breve potrò pubblicare un lavoro monografico che le teniadi a organi genitali duplici, parassite degli uccelli, offrono un
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organizzazione bea distinta da quelli, nonché, come è chiaro, dalle Monieziae (R. Blanch.)
Più specializzando la cosa la Taenia digonopora Pasq. (1) la quale soltanto io ho potuto studiare accuratamente neppure può confondersi nel genere Himenolepis Weinl. né nei nuovi generi recentemente creati dal Railliet (2) Drepanidofaenia e Dicrano- laenia.
Riservandomi di esporre uno studio alquanto più completo al riguardo nel suddetto lavoro sui Dipylidium darò solamente alcuni caratteri di questo nuovo genere il quale io dedico alla memoria del illustre medico e scienziato italiano Domenico Cotugno ; caratteri più che sufficienti del resto a separare le specie che comprende dal vicino gen. Davainaea (R. Blanch.)
Gen. Cotugnia nov. gen.
« Capo grosso munito d'un rostello rudimentale in forma di « cucuzzolo che può introflettersi armato di un gran numero di « minutissimi uncinuti e lama tozza senza manico, con la guar- « dia verso l'apice ristretta ed allungala. Ventose grandi ed iner- ti mi — Articoli in maturità sessuale più larghi che lunghi — Or- « gani genitali duplici che sboccano separatamente ciascuno al « margine laterale rispettivo.
« Utero rappresentato nelle proglottidi mature da cellette « riempite da una massa parenchimatosa in cui si trovano le « uova ».
Ulteriori studii potranno ampliare o modificare alquanto questa diagnosi, laddove però le nostre conoscenze sulle altre Tenie a du- plici organi genitali degli uccelli saranno alquanto più esatte.
In effetti di queste Teniadi abbiamo soltanto monche ed in- complete descrizioni. Pare anzi che esse si riferiscano, come quelle a duplici apparati sessuali dei mammiferi a più generi distinti.
Una delle specie meglio descritta, dal Monticelli , (3) è la T.
(1) A. Pasquale — Le Tenie dei polli di Massaua eie. in Giornale Intera, delle Scienze Mediche Anno XII 1890.
(2) Railliet — Notices Parassitologiques: in Bullet. de la Soc. Zool. de France Anno 189.2 (Ma}) Tom. XVII N. 5 pag. 116.
(3) Monticelli Notizie di alcune specie di Taenia. Vedi que- sto Botlèt. Ser. I, Voi. V Anno V, fase. II, 1891 pag. 151, 15.3 : Egli non ha veduto uncini sul rostello ma non nega che sieno potuto sfuggirgli.
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bifaria von Siebold, la quale offre affinità con la Cot. digonopora, e entrerebbe quindi nel gen. Cotugnia.
La T. evenutala Sch ultz e, secondo l'avviso di Creplin (1) pare sia specie creata su esemplare deformato di T. globifera; Diesi ng non la segna nella sua Revisione (2).
La T.lamelligera Owen del Phoenìcoplerus ruber sembra si al- lontani molto dal gen. Cotugnia; occorre però chiarire molti punti della sua organizzazione. Anche a giudicare dagli appunti presi dal Prof. Monticelli a Londra sul tipo di Owen e gentilmente messi .a mia disposizione non posso in alcun modo pronunziarmi, riferen- tisi essi ad un' individuo estremamente contratto , ed in pessime condizioni. ( V. Nota aggiunta in fine ).
La T. polymorpha Rud. della Recurvirostra avocetta , a giu- dicare dalla forma del rostello, degli embrioni, e da altri caratteri dati dal Krabbe (3) è molto differente dal tipo della Cot. digo- nopora , come parimenti la T. laevis Bloch dell' Anas clangula, Ijoschas , clypeata e ferina , quantunque Creplin (2) senza alcuna ragione dubiti sia analoga alla T. bifaria V. Sieb.
Della T. lanceolata Bloch àeìYAnser cinereus, descritta con du- plici apparati sessuali, dal Krabbe (op. cit.)adap. gen. secundae è inutile discorrere; Railliet (op. cit.) ha creato recentemente per le specie del suo tipo il gen. Drepanidotaenia. La T. craterìformis Goeze dei Picus, Upupa eie, dal Diesing (4) è indicata a doppia ap. gen. dal Dujardin (5) invece ad aperture genitali unilaterali, e finalmente dal Krabbe (op. cit. pag. 38 ) ad ap. irreg. alterne, con un punto interrogativo. Peraltro come si rileva dai disegni del Krabbe e Dujardin (op. cit. pag. 570 Tav. 9 fig. >K) la forma del rostello e degli uncini son a' un tipo differentissimo.
La T. aspera Mehlis del Podiceps subcrislalus indicata da
(1) Creplin — Archi v fiir Naturgeschichte /. 1849, pag. 6.2-63-
(2) Diesing— Re vis ion der Cephalocothyleen Abtheil. Cyclo- cotyleen: in Si tzungsb erichte der K. K. Acad. der Wiss. Wieti 1864 Bd. 49 pag. 357-430.
(3) Krabbe — Bidrag til Kundskabom Fuglenes Baendelorme in Videnk. Selsk, Shr. 5. Raekke naturvidenskabelig og. mathematisk Afd. 8. Bind. VI Copenaghen 1869.
(4) Diesing. System a Ilelminthum Vindobonae 1850 pag. 547.
(5) Dujardin — Histoire naturelle des Helminthes etc. Paris. 1845.
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Diesing (1) è mantenuta nella Revisio sarebbe ad ap. gerì, or op- poste ed or alterne, la qual cosa non mi sembra probabile, anche a giudicare dall'osservazioni critiche fatta dal Crepi in (2) al Di e sing.
NOTA AGGIUNTA.
Erano già stampate queste note quando ho gentilmente ricevuto, a mezzo del Dr. Monticelli, dal Prof. Ficalbi della R. Università di Cagliari alcuni esemplari di T. Lamellìgera Owen raccolti da lui nell' intestino del Phoenicoplerus roseus.
Lo studio di questi parassiti ha giustificata pienamente 1' opi- nione da me esposta circa i Tenioidi a duplice apparecchio sessuale degli Uccelli, che essi si riferissero cioè a più generi distinti.
In fatti la T. Lamellìgera presenta una interessante particola- rità la quale la allontana nonché da tutti i tipi di Tenioidi cono- sciuti , ancora da quelli a duplici organi genitali. Le proglottidi hanno duplici cirri, come ben vide Owen, però le glandole femmi- nili non sono duplici sibbene esiste un apparecchio femminile si- tuato nel centro della proglottide.
Esporrò in altra occasione minutamente la struttura di questo interessante apparecchio genitale. Per ora propongo soltanto che per le specie del tipo di questo Cestode si crei un nuovo genere, dedicandolo alla memoria del testé defunto ed illustre prof. Ama- bile, quindi gen. Amabilia.
Dal laboratorio di Anatomia comparata della R. Università.
(1) Diesing— Ueber eine naturgemàsse Vertheilung der Cep- halocotyleen: in Sit zungsberichte der K. K. Acad. der Wissen. Wien. 1854 Bel. 13 pag. 609.
(2) Creplin — Arch. fùr Naturg. J. 1851 pag. 288-289-290.
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Contribuzione alla conoscenza istologica dell'asse cerebro-spinale dei Pesci e dei Rettili ( Scor- paena e Lacerta ) di Rapf. Di Mima, (Tav. II).
( Tornata del 26 febbrai» 1893 )
La conoscenza della costituzione istologica degli organi di ani- mali, rappresentanti i bassi gradi zoologici , ci è senza dubbio di guida nello studio degli organi simili di animali di organizzazione più elevata. Ond' è che a sormontare le innumerevoli difficoltà, che offre l'anatomia microscopica del sistema nervoso centrale, soprat- tutto nell' uomo , ed , in generale, nei vertebrati superiori, sentesi sempre più imperioso il bisogno di esatti lavori sul sistema cefalo- rachidiano dei vertebrati inferiori. Colla speranza di contribuire, anche per una minima parte, a sopperire un tale bisogno, intrapresi alcune ricerche comparative sugli emisferi cerebrali e sul midollo spinale di Scorpaena e di Lacerta. Le mie contribuzioni riguardano principalmente :
1.° Il mantello cerebrale.
2.° Il nevroglio del cervello e del midollo spinale. Materiale d' osservazione e metodo di ricerca — Di Scorpaenae ho avuto tutte le specie che si trovano nel golfo di Napoli, (1) cioè : Scorpaena scrofa Linneo » porcas »
» ustulata Loffi en
Quanto a Lacertae ho potuto procurarmi due specie, cioè : Lacerta viridis Dandin » muralis Wagler.
Il metodo di ricerca è stato lo stesso tanto per la Scorpaena che per la Lacerta ; entrambe le ho avute sempre vive nel gabinetto, e quindi non potrà cadere nessun dubbio circa la freschezza del ma- teriale. NeU' isolare 1' encefalo ed il midollo spinale ho posto sempre la massima cura e posso dire di essere riuscito ad averli integri. Come liquidi induranti ho usato il liquido di Muller, la soluzione al bicromato di potassa al 4 per cento e dell' acido cromico al 2 per cento. Induriti i pezzi, li faceva scaricare del liquido fissatore , e , disidratatili, passava a colorirli in carminio boracico, ematossilina Bòhmer e picrocarminato d' ammoniaca. Queste colorazioni ho pra-
(1) Son grato al Cav. Salvatore Lo Bianco per le Scorpaenae gentilmente donatemi.
— 15 —
ticato per non trascurare quanto era stato fatto da quelli, che mi avevano preceduto in simili ricerche ; ma io disponeva di un me- todo di gran lunga più perfezionato dei precedenti, e forse di quanti altri se ne conoscono e non poteva non profittarne. Intendo dire della reazione del joduro di potassio sul cloruro di palladio ( Pala- dino (1) ) ed è appunto a questo delicato e sensibile metodo che io debbo 1' osservazione dei fatti che riferirò.
Sanders riferisce che la nevroglia secondaria trovasi addensata nella massa centrale degli emisferi, e che solo in qualche punto essa vien quasi fino all' epitelio superficiale.
Contro questa affermazione sta il fatto, che il nevroglio secon- dario, quale stroma, è diffuso in tutta la massa cerebrale e gene- ralmente i suoi elementi arrivano fino alla pia meninge. E qui pare opportuno far osservare che anche 1' epitelio superficiale degli au- tori (Stieda Sanders), il quale peraltro non ha niente di comune con quello che secondo altri autori (Rabl-Ruckhardt, Edinger) costitui- rebbe il pallio, deve ritenersi come nevroglio e per la figura degli elementi, ora a pennello, ora raggiata, e per la omologia completa, che questo strato cellulare ha con gli elementi nevroglici, che tro- vansi al disotto dell' involucro meningeo di animali più elevati nella scala zoologica e sia per esempio la Lacerta.
Il nevroglio secondario è stato argomento di molte ricerche negli ultimi tempi, e le nostre cognizioni si sono molto accresciute tanto sulla costituzione e forma delle cellule nevrogliche , quanto sui rapporti dei prolungamenti tra loro e poi cogli elementi ner- vosi, coi vasi e colla pia meninge. Neil' esame dei miei preparati ho tenuto presenti alcuni dei detti quesiti in ispecie , e sopratutto i seguenti :
1.° Quali sono i rapporti dei prolungamenti delle cellule nevro- gliche tra loro ì
2.° Quali quelli con la tunica dei vasi e con la pia madre?
Come di sopra è detto, i naturalisti, che studiarono 1' asse ce- rebro-spinale dei Teleostei, non si proposero questi quesiti; ma ri- guardo ai vertebrati superiori due correnti diametralmente opposte dividono gli scienziati; e, di vero, nella prima quistione vi ha chi (Ranvier, Renault, Vignai ecc.) ammette un rapporto diretto, e chi (Golgi, Kolliker Ramon y Cayal ecc.) ammette un sem- plice rapporto di contiguità ; e per la seconda quistione, quella cioè
(1) Paladino: Di un nuovo processo per le indagini micro- scopiche del sistema nervoso centrale. — Rena. delV Accad.di Scienze Fisiche e Malemat. fase. I gcn. 91
— 16 —
che si riferisce ai rapporti dei prolungamenti nevroglici con la tu- nica dei vasi e con la pia madre, fino a poco tempo fa , fu quasi generale opinione che i prolungamenti del nevroglio avessero un rapporto di semplice contatto con la massa nervosa. Siffatta con- troversia dì idee trovava la sua spiegazione nell' imperfezione dei metodi di ricerca. Un reale progresso della tecnica microscopica si è conseguito mercè 1' introduzione della reazione del joduro di po- tassio sul cloruro di palladio e questo metodo ha già permesso di risolvere decisivamente queste questioni sull'uomo.
Del cervello e del midollo spinale di Scorpaena e di Lacerta ho fatto al microtomo tagli trasversali, e, particolarmente dei tagli del cervello , ho procurato di avere sempre l' intera serie a scopo di seguire le possibili variazioni della costituzione istologica , che potessero occorrere da una regione all' altra.
Scorpaena.
Parte storica — L'encefalo dei Teleostei ha in ogni tempo af- faticata la mente di sommi naturalisti; ma solo in questi ultimi anni, e, particolarmente col concorso dell' Istologia e dell' Embriologia si è fatto progredire 1' argomento e si è dimostrata 1' omologia delle varie parti di esso con quelle dell'encefalo dei vertebrati superiori. Però a non ricordare errori ornai rigettati dalli Scienza, lascerò a parte tutte le indagini fatte anteriormente al trionfo delle dottrine evolutive, e quindi mi limiterò ai lavori pubblicati nell'ultimo tren- tennio da Stieda (1), Fritsch (2), Sanders (3), Bellonci (4), Rabl- Ruckhardt (5), Fusari (6) ed Edinger (1).
(1) Stieda: Studien ùber das centrai Nervensy stem der Kn o- chen fische Zeilchr, f. wiss Zooiog. Bd. 18.
(2) Fritsch: Uber den l'eineren Bau des Fischgehirn e. Berlin 4878.
(3) Sanders: Contribution to the Anatomy of the centrai nervous Sistem in Vertebrate Animale. Phiìos. Tramaci. 1878- ■1882.
(4; Bellonci: Ricerche intorno all'intima tessitura del cer- vello dei Teleostei. Alli della B. Accad. del Lincei, 1879.
» Ricerche comparative sulla struttura dei centri ne r- vosi dei vertebrati. Alli della B- Accad. dei Lincei 1880,
(5) Rabl-Ruckhardt: Zur Deutung des Gehirns der Knochen- l'ische. Archiv. f. Analom. und Phisiol. 1882.
a Weiteres zur Deutungdes Gehirnsder Knochenf isc he. Biol. Cenlralblalt. Barod. 3.
(6) Fusari : Intorno alla fina anatomia del cervello dei Te- leostei. B. Accad. dei Lincei 1887.
(7) Edinger. Untersuch ùber die ìvergl. Anatomie des Ge- hirus. I das Vorderhirn. Abhdl. d. Senckenb nalurf. Gei V. OV.
— 17 —
Stieda quasi non toccò la parte istologica; Fritsch stimò cer- vello anteriore il medio e Al a y e r trascurò lo studio degli emisferi cerebrali. Anche Fu sari , che è stato tra gli ultimi ad occupar- sene, non potè estendere le sue ricerche al cervello anteriore, dap- poiché, come egli stesso confessa, col metodo del Golgi ebbe solo parziali risultati.
Sanders è il primo che si sia occupato con dettaglio della co- stituzione istologica degli emisferi del Mugil ceplialus e nella loro struttura trovò valide ragioni per opporsi all' opinione dei vecchi anatomici (Haller, Camper, Ebel, Weber, Cuhl, Somme), i quali ritennero gli emisferi cerebrali dei Teleostei omologhi ai lobi olfattivi dei vertebrati superiori.
Bellonci distingue negli emisferi cerebrali della Tinca tre specie di cellule, le quali diversificano tra loro per grandezza e to- pografia.
Rabl-Ruckhardt ritenne che nella Trota tutto il mantello ce- rebrale è rappresentato da una semplice lamina epiteliale , e con- chiuse che gli emisferi sono rappresentati dai soli gangli basali e che il mantello non possiede struttura nervosa.
Edinger esaminò comparativamente il cervello anteriore se- condario nei vertebrati inferiori, e, attenendosi più alla configura- zione che ai dettagli della tessitura istologica, stabilisce 1' omologia delle varie parti di esso (lobi olfattori, massa ganglionare ecc.) con quelle dei vertebrati superiori.
Dal complesso delle cognizioni acquistate mercè tutti questi ri- cercatori risulta che le conoscenze istologiche sul cervello di questi bassi vertebrati sono più che limitate quando non proprio erronee, ad esempio quella che il mantello cerebrale è ridotto ad una sem- plice lamina epiteliale. Lo studio del nevroglio poi in questi ani- mali è stato interamente negletto , mentre la conoscenza precisa dello stesso avrebbe, se non altro, fatto evitare qualche grosso er- rore.
Fremesse queste notizie, passo ai risultati delle mie ricerche.
Osservazione macroscopica — Osservando 1' encefalo di Scor- paena ad occhio nudo od armato di una semplice lente d' ingrandi- mento, gli emisferi mostrano un colore leggermente cinereo e pre- sentano alla superficie dorsale ciascuno un solco, che, correndo di dietro in avanti, e di fuori in dentro, converge con quello dell'op- posto verso la scissura longitudinale, e diviene sempre meno marcato. Ciascuno di questi solchi circoscrive sulla superficie del rispettivo emisfero un lobo , che limita immediatamente la fissura del man- tello. Essi si osservano in tutte le specie del genere Scorpaena e
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non nella sola Scorpaena porcus, come alquanto vagamente notò il Sanders (1).
Mantello cerebrale — Nella Scorpaena giammai ho potuto os- servare un mantello cerebrale, che potesse anche lontanamente as- similarsi a quello descritto e figurato da Edinger e più dettaglia- mente da Rabl-Ruckhardt, sulla figura del quale è fondata quella che vedesi nell'ottimo trattato del Wiedersheim (2); del resto la mia osservazione non è un latto isolato , dappoiché illustri os- servatori, come Sanders e Bellonci , l'uno nella Tinca, l'altro nel Mugil cephalus , non parlano affatto di quella lamina epiteliale che dovrebbe rappresentare il mantello.
Nei tagli in serie da me osservati i lobi cerebrali mi si son presentati sempre di figura emisferica e non ho mai potuto rilevare quella forma peculiare, ritratta da Edinger nelle figure 14 e 15 della tav. I.
Sulla scissura longitudinale dove generalmente è descritto lo strato di epitelio del mantello , ho osservato e riconosciuto sola- mente la pia madre, la quale non forma mai alcuna introflessione mediana e conserva tutti i caratteri di una sottile membrana, come in qualunque altro punto dell' asse cerebro-spinale.
Senza voler per ora generalizzare le mie osservazioni sulla qui- stione di ciò che costituisce il mantello cerebrale dei Teleostei, darò una breve descrizione degli elementi nervosi del cervello anteriore. Essi nella Scorpaena possono essere divisi in due categorie a norma della loro grandezza e topografia.
l.° Piccole cellule della periferìa — Sono elementi generalmente piriformi con un nucleo relativamente grande alla base e con pro- toplasma sempre scarso ; dalla estremità acuta emerge poi un pro- cesso, che si mantiene per un bel tratto indiviso e poi si perde nella massa cerebrale. Occasionalmente si osservano elementi fusoidì con due processi divergenti. Queste cellule trovansi da per ogni dove nella massa cerebrale , e superficialmente formano una zona ove più, ove meno distinta.
2.° Grosse cellule centrali — Sono elementi bipolari o multi- polari, provvisti di un distinto nucleo , in cui non sempre può di-
fi) Ecco le parole del Sanders: « In alcuni pesci come nel Labrax lu- pus e nella Scorpaena porcus questi corpi (emisferi cerebrali) presentano solchi e rilievi, i quali potrebbero essere considerati come circonvoluzioni rudimentali.
(2) Wiedersheim: Compendio di anatomia comparata dei Ver- tebrati. Edizione italiana p. 143.
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stinguersi un nucleolo. Nella parte centrale sono in generale assai più scarsi , che nella parte immediatamente sottostante alla zona periferica delle piccole cellule. — Tra le grandi e le piccole cellule non mancano certamente elementi di media grandezza, disseminati qua e là nella massa cerebrale.
Su questo punto, adunque, i risultati delle mie osservazioni sono perfettamente di accordo con quanto rinvennero Sanders e Bel- lonci.
Nevroglio — Esso, come si sa, va distinto in nevroglio ependi- male o primitivo ed in nevroglio secondario.
Con ripetute osservazioni fatte su tagli ben riusciti ho potuto assicurarmi che i ventricoli laterali mancano. Il ventricolo mediano è tappezzato da elementi ependimali assai piccoli e stipati fra loro: questi hanuo il corpo cellulare di forma conica , colla base rivolta verso la cavità e con 1' apice, che si prolunga in uno o più filamenti nella massa cerebrale.
Elementi simili si rinvengono lungo il canale centrale del mi- dollo spinale , se non che in questi non è raro il caso di trovare il nucleo nel mezzo del corpo cellulare , il quale perciò piglia la forma fusoide. Negli emisferi cerebrali non ho potuto seguire per lungo tratto i prolungamenti del nevroglio ependimale, ma nel mi- dollo spinale li ho seguiti fino alla pia meninge. Che anzi essi in corrispondenza dei solchi longitudinali, dorsale e ventrale , si uni- scono in fasci, che con corso più o meno rettilineo vanno a rag- giungere la meninge suddetta e pigliano con essa rapporti di con- tinuità. Non molto frequentemente occorre di ravvisare alcuni pro- lungamenti del nevroglio ependimale che s'irraggiano lateralmente e che si portano anche fino alla pia madre, talora con decorso ma- nifestamente tortuoso. La figura l.a rappresenta la sezione trasver- sale del midollo spinale di Scorpaena, condotta nel segmento dor- sale: in essa si vede il canale centrale Ce rivestito dall' ependima, i cui prolungamenti formano due fasci in contraria direzione e vanno l'uno al solco dorsale fslcl, e l'altro al ventrale fslv. Nella stessa figura vedesi un prolungamento del nevroglio primitivo cp, che la- teralmente si avanza quasi fino alla periferia del midollo. Questo reperto è d' importanza capitale, dappoiché esso posto in relazione col fatto , che nel feto umano le cellule ependimali mandano pro- lungamenti, che corrono in modo raggiato per tutto il midollo sino a terminare con espansioni pin o meno grosse sotto la pia (Golgi), dimostra per la sua parte la verità della legge biogenetica fonda- mentale, che cioè negli organismi inferiori trovasi stabilmente, ciò che negli organismi più evoluti è solo transitorio.
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Il Prof. Paladino (1) in un lavoro recente scrive: « I miei i< preparati mi dimostrano a grande evidenza che le cellule nevro- « gliene coi loro prolungamenti pigliano rapporto diretti prossimali « e distali, cioè con alcuni prolungamenti e talora col più grande « e lamellare s'innestano direttamente colle cellule più vicine e « cogli altri prolungamenti vanno ad innestarsi con i prolungamenti « cellulari a differente distanza ».
E più oltre: « Sulle circonvoluzioni cerebrali umane gli ele- « menti nevroglici superficiali danno prolungamenti, da una parte « all' interno, dall' altra all' esterno nella pia meninge, colla quale « quindi pigliano rapporti di continuità.... La continuità si stabilisce « tanto in corrispondenza dei vasi e quindi coli' avventizia degli « stessi, quanto col tessuto intermedio della pia meninge. »
Questi reperti io ho potuto ampiamente constatarli sia nei tagli degli emisferi cerebrali, sia in quelli del midollo spinale. E difatti, nell' esame dei. tagli seriali mi è riuscito soventi di trovare la me- ninge alquanto lontano dalla massa cerebrale, alla quale era unita mediante sottili prolungamenti, che o partivano da elementi, che si trovavano sotto la pia medesima. Sulla superficie ventrale degli emisferi ho osservato due solchi abbastanza superficiali, uno per ogni emisfero, in cui decorrevano vasi in mezzo ad una bellissima rete di nevroglia. Simili sezioni di vasi in mezzo a nevroglio, asso- lutamente privo di elementi nervosi, ho osservato talora anche in mezzo alla massa cerebrale. Neil' uno e nell' altro caso un' accurata osservazione mi ha potuto fermamente convincere sulla esistenza del reciproco innesto dei prolungamenti delle cellule nevroglichc e della loro continuità con 1' avventizia dei vasi. Questi rapporti ìntimi si osservano anche meglio nei tagli trasversali del midollo spinale, che fornisce un materiale opportuno per chiarire ed eliminare i dubbi, che potessero sorgere. Nella figura 2a, ritratta fedelmente alla camera lucida, si può vedere con quanta chiarezza ho io os- servato questi fatti: essa mostra da una parte la pia spinale pm, dall' altra la massa midollare e in mezzo una rete assai caratteri- stica di elementi aracniformi ni, che fa da mezzo di connessione; il reciproco innesto dei prolungamenti delle cellule nevrogliche e la continuità dei medesimi prolungamenti colla pia sono qui della mas- sima evidenza.
(1) Paladino : Contribuzione alla migliore conoscenza dei componenti i centri nervosi mercè il processo del joduro di palladio. /?. Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche dicembre, 189 1 .
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Lacerta
Parie storica — Dal 18(30 in qua del sistema nervoso centrale dei Rettili si occuparono Stieda (1), Mason (2), Bellonci (3), Osborn (4).
Rabl-Ruckhardt (5) ed Edinger (6).
Stieda ha il merito di aver scoperto l'esistenza di una vera corteccia cerebrale in detti animali.
Mason si occupò della struttura minuta degli emisferi, ma il suo lavoro, benché corredato di preziose tavole, è assai povero di testo.
Bellonci illustrò le commessure cerebrali, Osborn l'origine del corpo calloso, Rabl-Ruckhardt ed Edinger più che altro cercarono stabilire e dimostrarono 1' omologia delle varie parti del- l' encefalo di questi animali con quelle che trovansi nel sistema ce- falo-rachidiano di vertebrati superiori. Sicché mentre per tanti la- vori le nostre cognizioni sulla morfologia del cervello dei Rettili si son sempre meglio precisate, quelle riguardanti l' istologia son ri- maste a bastanza scarse, e specialmente trascurate sono state sin qui le quistioni riilettenti il nevroglio.
Osservazione macroscopica. — Sulla superfìcie dorsale degli emisferi della Lacerta viridis ho rinvenuto due fossette laterali, una per ogni emisfero, le quali, per quanto io mi sappia non furono ancora notate. Esse sono visibili ad occhio nudo sul cervello ancora fresco. Parmi che queste fossette non abbiano nessuna omologia con i solchi descritti sugli emisferi cerebrali della Scorpaena, e le ho notate solo perchè mi pare che non debbono essere senza impor- tanza per T anatomia comparata in generale.
(1) Stieda: Uber den Bau des centralen N erve nsistems der Schildkròte. Seilschr. f. wis. Zoologie Bel. 25.
(2) Mason: The minute streture of the centrai nervous sy- stem of certa in Reptilien un Batrachien ofAmerica. Newxjor 1882.
(3) Bellonci: loco citalo (1880).
» Sulle commessure cerebrali anteriori degli
Amfibi e dei Rettili. Bologna 1887.
(4) Osborn: Theoriginofthe corpus callosum ecc. Parte I e Il Morpholog. lahrb. V. XIII 1888.
(5) Kabl-Ruckhardt : Das centraln er vensystem des Alligators. Zeilschr. /'. Zoolog. Bd. 30.
^ti) Edinger. loc cit.
Mantello cerebrale. — Il mantello cerebrale dei Rettili è per più di un riguardo straordinariamente interessante; noi incontriamo qui la prima volta nella serie dei vertebrati una vera corteccia ce- rebrale. Per configurazione e disposizione macroscopica degli emi- sferi non è possibile una distinzione in lobi, però, tenendo presente la loro struttura minuta, si può distinguere in ogni emisfero una parte anteriore o frontale, una parte media ed una parte posteriore od occipitale. Di ognuna di queste parti o regioni darò una descri- zione a parte e per quanto è possibile completa.
Regione frontale. — La descrizione di questa regione è illu- strata dalla figura 3a, ma la successione dei vari strati potrà meglio vedersi nella fig. 4a. Percorrendo la fig. 3a con un' occhiata e an- dando dalla fissura longitudinale FI verso il ganglio basale Gb è fa- cile ravvisarvi tre differenti disposizioni del mantello. Lateralmente alla fissura pallii (fig. 3a n. 1) il mantello risulta da sette strati, che a cominciare dall' interno sono :
1.° L' ependima.
2.° Lo strato delle fibre.
3.° Lo strato interno delle cellule rarefatte.
4.° Lo strato delle cellule piramidali stivate.
5.° Lo strato esterno delle cellule rarefatte.
6.° Lo strato corticale superficiale.
7.° Lo strato del nevroglio suupiale.
Dell' ependima e del nevroglio subpiale dirò in un apposito ca- pitolo.
Le fibre del secondo strato decorrono parallele alla cavità dei ventricolo laterale, e, nei tagli del cervello intero, si vede benis- simo che esse irradiano dalla commessura posteriore o, come meglio oggi si dice, tronco del corpo calloso. Alle fibre si interpongono i prolungamenti nevroglici che irraggiano dall' ependima.
Il terzo strato è fatto da una finissima rete di nevroglia, in cui sono disseminati scarsi elementi nervosi di forma rotonda.
Il quarto strato delle cellule piramidali risulta da cinque a sette piani di cellule, le quali giacciono annidate in un sistema di lacune nevrogliche, che voglionsi ritenere come vie umorali (Leydig Edin- ger). Esse sono assai stipate fra loro e distribuite con sorprendente regolarità. Hanno l' apice diretto verso la periferia e la base, prov- vista di un grosso nucleolo, verso il ventricolo. L'illustre Edinger non potè seguire i prolungamenti di queste cellule oltre lo strato esterno delle cellule sferoidali, ma io mediante il prezioso tratta- mento al joduro di palladio, ho potuto vedere, che essi arrivano numerosissimi fino alla periferia, dando agli strati più esterni della
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corteccia cerebrale 1' aspetto fibrillare. Questo strato verso la parte esterna ( fig. 3 a ) si modifica alquanto , mostrandosi assottigliato perocché gli elementi divengono più scarsi, sebbene più grandi.
Il quinto strato è caratterizzato dalle cellule ganglionari di for- ma quasi sferica, le quali sono oltremodo scarse e non formano giammai uno strato continuo. In niun caso son riuscito a vederle di quella forma particolare figurata da Edinger.
Il sesto strato risulta da una finissima rete di nevroglia, in cui si avanzano, intrecciandosi mirabilmente fra loro, i processi delle cellule piramidali. Questo strato per 1' addensamento periferico più fìtto del nevroglio potrebbe talvolta essere suddiviso, come osserva Edinger, in due strati, meglio delimitati e visibili là dove le cel- lule sono più rare.
Nella medesima regione frontale la seconda disposizione del mantello è alquanto più semplice ( fig. 3.a n. 2 ). Qui, come facil- mente potrà rilevarsi dalla figura, le fibre non appariscono come uno strato distinto, sicché all' ependima succede uno strato carat- terizzato da numerose cellule nervose, di forma svariata, dissemi- nate in mezzo alle maglie della nevroglia.
Le cellule piramidali poi non sono giammai cosi stipate come accanto alla scissura longitudinale, ed è ben raro che i loro pro- lungamenti arrivino fino alla periferia, e inoltre in mezzo a cellu- le, riferibili al tipo delle piramidali, non mancano elementi fusifor- mi. Aggiungi che gli strati più esterni della corteccia cerebrale non sono nettamente distinti tra loro, poi che le cellule ganglionari sferoidali non sono ben localizzate, avendone trovato talvolta alcuna fin verso la periferia del nevroglio cerebrale.
Anche il nevroglio corticale presenta aspetto diverso da quello accanto alla scissura longitudinale, poiché vi ha una zona , ove i prolungamenti delle cellule piramidali non arrivano affatto, e che risulta da un fine reticolo di nevroglia con qualche cellula ganglio- nare sparsa qua e là.
— Scendendo ancora verso il ganglio basale trovasi un terzo particolare atteggiamento del mantello (vedi fig. 3 n. 3). Qui manca non solo lo strato delle fibre ma anche lo strato interno delle cel- lule rarefatto.
Lo strato delle cellule piramidali presenta i maggiori caratteri differenziali; gli elementi sono alquanto più piccoli di quelli prece- dentemente descritti , più rarefatti e presentano una tal quale di- sposizione a gruppi di tre o quattro e perfino di otto o dieci cel- lule. Ciascun gruppo è separato dai circostanti mediante uno spazio manifestamente privo di cellule.
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Regione media o temporale — In questa regione il mantello mostra solo due differenti atteggiamenti, di cui il primo è perfet- tamente identico a quello descrìtto accanto alla scissura longitudi- nale, col quale è in diretta continuità, (vedi fìg. 5.a n. 1), l'altro tiene caratteri specifici, che descriverò qui appresso. La descrizio- ne è illustrata dalla figura 5.a n. 2, Il mantello nel punto ove è meglio costituito risulta da sette strati, che possiamo così deno- minare :
1.° Ependima.
2.° Strato delle cellule ganglionari sparse.
3.° Strato delle grandi cellule piramidali.
4.° Strato del nevroglio intermedio.
5.° Strato delle piccole cellule piramidali"
6.° Strato del nevroglio corticale.
7.° Strato del nevroglio subpiale.
Il secondo strato è caratterizzato da elementi nervosi sparsi tra le maglie della nevroglia e le fibre della corona radiata,
Le grandi cellule piramidali sono, come altrove, annidate in un sistema di lacune, hanno distribuzione regolare ed uniforme e sono costantemente provviste di nucleo e nucleolo.
Il quarto strato o del nevroglio intermedio risulta da una finis- sima rete di nevroglia secondaria quasi al tutto sprovvista di ele- menti nervosi.
Il quinto strato è quello delle piccole cellule piramidali ; esso non si soprappone allo strato delle grandi cellule piramidali in tutta la sua estensione, ma solo per un piccolo tratto. Le cellule hanno un nucleo relativamente grande, scarso protoplasma e corti prolungamenti.
Il nevroglio corticale è simile al nevroglio intermedio già de- scritto.
Regione occipitale — La descrizione di questa regione è illu- strata dalla fìg. 6.a In essa il mantello ha due aspetti differenti; il primo si riscontra in ciascuna metà di emisfero, che si oppone im- mediamente all' altra, il secondo nella metà esterna di ogni emisfe- ro. La numerazione e denominazione dei vari strati è quella stessa che ho descritta accanto alla scissura longitudinale, nella regione frontale e indicata col numero 1 nelle figure 3 e 5. Solo mi resta a notare che lo strato delle fibre di questa regione è da riferirsi interamente alla corona radiata; e che lo strato delle cellule pirami dali è sempre continuo, ditalchè nella sezione trasversale mostra la figura di un cerchio (fìg. 6.a). Questo strato è quello che dà aspetto differente al mantello nelle due metà di ogni emisfero, poi-
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che nella metà, che si appone immediatamente all' altro emisfero, le cellule sono assai stipate tra loro e mostrano prolungamenti , che arrivano fino alla periferia; e nella metà esterna le cellule sono più grandi, meno addensate e hanno prolungamenti assai più corti, e quindi anche il nevroglio corticale, per la mancanza di detti pro- cessi mostra aspetto reticolare proprio, che non lo fa mai confon- dere con quello dell'altra metà emisferica.
Nevroglio — Gli elementi del nevroglio ependimale conservano nella Lacerta fondamentalmente la stessa forma , che nella Scor- paena; hanno figura cilindro-conica, con la parte cilindrica rivolta verso la cavità ventricolare e con la parte conica, che si continua in uno o più prolungamenti nella sostanza cerebrale. Hanno un grosso nucleo, il quale è più o meno spostato verso la parte conica della cellula e presenta carioplasma granuloso. La principale diffe- renza tra questi elementi e quelli ependimali della Scorpaena sta nel rapporto delle loro dimensioni , essendo assai più grossi nella Lacerta. Anche i prolungamenti cellulari sono qui più robusti che nella Scorpaena , e , forse questo fatto, più che altro , mi ha per- messo di poterli meglio seguire nel loro cammino. Come si potrà rilevare dalle figure 3, 4, 5 e 6 è uno dei fatti più consueti accom- pagnarli fino allo strato delle cellule piramidali della corteccia ce- rebrale. Talora, particolarmente se si osserva l'ependima dei diver- ticoli dei ventricoli laterali, si riesce ad accompagnare i prolunga- menti del nevroglio primitivo fin verso la superficie emisferica.
Anche gli elementi che tappezzano il canale centrale del midollo spinale mandano nella massa nervosa vistosi prolungamenti, i quali, specialmente in corrispondenza dei due solchi longitudinali, dorsale e ventrale , arrivano fin alla pia madre. Se non che , comparando le osservazioni di quanto si vede in corrispondenza dei detti solchi nella Scorpaena e nella Lacerta, risulta che mentre nella Scorpaena i prolungamenti nevroglici sono molto numerosi e formano due di- stinti fasci , che mantenendosi della stessa spessezza arrivano fin alla pia meninge (fig. la Ce fsld, Ce pslv) nella Lacerta invece sono molto più scarsi e formano due fascetti (fig. 7a Ce fsld, Ce fslv), i quali allontanandosi dal canale centrale si vanno sempre più as- sottigliando , e spesso in particolar modo quello in corrispondenza del solco dorsale, diviene tanto esile da apparire come un prolun- gamento solo. Quello rivolto al solco ventrale si mantiene d' ordi- nario più spesso ed uniforme.
Anche per i prolungamenti del nevroglio primitivo della Lacer- ta, dunque s' hanno argomenti ad avvalorare la verità della legge biogenetica fondamentale.
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La rete del nevroglio secondario è pure nella Lacerta diffusa per tutta la massa cerebrale ed i suoi elementi arrivano fin alla pia meninge, anzi, nello spazio subpiale, su tutta la superficie degli emisferi ho osservato costantemente uno strato di nevroglio omo- logo a quello descritto nella Scorpaena. Parmi che lo stesso Edin- ger non abbia visto con sufficiente chiarezza questo strato di ne- vroglio, (1) che ho ritratto nella figura 8a. Sono elementi adeni- formi, provvisti di nucleo e nucleolo e che con un prolungamento più grosso e laminare si approfondano nella massa cerebrale e co- gli altri s' innestano variamente con quelli delle cellule vicine a pigliano rapporti di continuità con la pia meninge e con 1' avventi- zir dei vasi, ove questi si trovano. Le principali differenze tra que- sti elementi e quelli omologhi della Scorpaena stanno in ciò: a) Che nella Lacerta restano coi corpi cellulari fuori la massa cerebrale, mentre nella Scorpaena si approfondano e formano un tutto con essa: b) sono elementi più marcatamente sviluppati e quindi sono provvisti di un maggior numero di elementi e più robusti.
CONCLUSIONI
Da quanto ho esposto si possono ricavare le seguenti conclu- sioni:
1.° Che nella Scorpaena non esiste un mantello cerebrale omo- logo a quello della Lacerta, e nemmeno come è stato descritto in altri Teleostei da Rabl-Ruckhardt ed Edinger.
2.° Che il mantello cerebrale della Lacerta ha una costituzione complessa, che varia non solamente nelle varie regioni, ma anche secondo le varie parti di una medesima regione; nella regione fron- tale si possono constatare tre differenti atteggiamenti del mantello,, due nella regione temporale e due pure nel lobo occipitale. Il nu- mero degli strati può arrivare fino a sette.
3.° Che sulla superficie cerebrale della Scorpaena v' ha uno strato di nevroglio omologo allo strato di nevroglio , che trovasi sotto la pia della Lacerta.
4.° Che negli emisferi cerebrali della Lacerta i prolungamenti del nevroglio ependimale si seguono ordinariamente fino allo strato delle cellule piramidali , ed eccezionalmente fin verso la superficie cerebrale.
(1) Ecco le parole di Edinger: « Lo spazio linfatico subpiale è for- mato da una finissima rete di trabecole sulla superficie del mantallo. »
5.° Che nel midollo spinale della Scorpaena e della Lacerta i prolungamenti del nevroglio primitivo arrivano fin alla pia madre ed in corrispondenza dei solchi longitudinali, dorsale e ventrale, formano due fasci , che sono più spessi nella Scorpaena, più esili nella Lacerta.
6.° Che nella Scorpaena come nella Lacerta i prolungamenti del nevroglio secondario pigliano rapporti di continuità, sia reciproca- mente, sia colla tunica dei vasi e sia infine colla pia madre.
Non saprei meglio terminare il mio lavoro che col rendere pub- bliche grazie al Prof. Paladino, che con affettuoso incoraggiamento ed aiuto, educandomi al rigido rigore scientifico, mi ha reso pos- sibili queste ricerche.
Istituto (V Istologia e Fisiologia generale della R. Università di Napoli, diretto dal Prof. Paladino.
Spiegazione delle figure
Fig. I.a Mid. spinale di Scorpaena — sezione trasversa del segmento lombare — Ioduro di palladio. Ce — canale centrale, fsld — solco dorsale, fslv — solco ventrale.
cp — prolungamento del nevroglio primitivo.
oc 3
Obbl
Fig. II. a Mid. spinale di Scorpaena — Ioduro di palladio pm — pia spinale, m — midolla, ni — rete di elementi arancniformi.
oc 3
Koristka
Koristka
0bb6
Fig. III.a Cervello di Lacerta — Regione frontale — Ioduro di palladio. H — fisura longitudinale. Grb — ganglio basale. 1 — 2 — 3 — Varie disposizioni dello strato di cellule nervose.
Koriska
0bb2
Fig. IV. ? Idem del precedente a più forte ingrandimento — Vi si rivela la disposizione dei vari strati .
1 — Ependima.
2 — Strato delle fibre.
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3 — Strato interno delle cellule rarefatte.
4 — Strato delle e. piramidali stivate.
5 — Strato esterno di cellule rare.
6 — Strato corticale-superfieiale.
7 — Strato del nevroglio sbupiale.
oc 3 .
■ Koristka
0bb8
Fig. V.a Cervello di Lacerta — Iod. di palladio — Regione media o tem- porale. 1 — 2 — 3 — Varie disposizioni nei differenti punti.
- ■ Koristka
0bb2
Fig. VI.a Idem del precedente.
Regione occipitale.
oc 2 . ,,
Koristka
0bb2
Fig. VII.a Mid. spinale di Lacerta — Ioduro di palladio Ce — canale centrale ed ependima. fslv — fsld — solco ventrale e dorsale.
oc 5
Koristka
Obbl
Fig. VIII.a Sezione di emisfero cerebrale di Lacerta — Ioduro di palladio, pm — pia meninge.
nsb — rete del nevroglio secondario — Rapporti di continuità con la pia meninge e con 1' avventizia dei vasi.
oc 3 .
koristka
0bb8
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Di un reperto rarissimo o della presenza di fibre muscolari striate nella glandola tiroide. —
Nota di Francesco Capobianco, (Tav. III).
(Tornata del 9 Aprile 1893)
Dei moltissimi conigli, da me operati di tiroidectomia e sog- giaciuti tutti in un periodo più o meno breve, uno solo sopravisse più lungo tempo, in capo al quale venne a morte.
A spiegare la maggior forza di resistenza in questo animale , florido abbastanza, tre ipotesi erano possibili :
1.° la presenza di tiroidi accessorie.
2.° l'azione vicariante di altre glandole, sottentrate nella fun- zione a quella portata vìa.
3.° infine, uno stato patologico della glandola medesima, il quale ravvicinasse, in quanto agli effetti, la tiroidectomia sperimentale a quella che si pratica, a scopo curativo, nell' uomo.
In questo, infatti, è noto, le conseguenze di tale asportazione, con la maggiore frequenza, non hanno quel progresso rapido e tu- multuoso di sintomi, che mena a morte gli animali, messi ad espe- rimento. La ragione di ciò starebbe nel fatto che negli ultimi si asporta bruscamente un organo attivo e rigoglioso, dove che 1' uo- mo è d' ordinario privato della glandola, più o meno ammalata e perciò in grado diverso inattiva; il che sarebbe una condizione da indurre, più che un tal quale adattamento lento e graduale alla soppressione completa di quella, lo svolgersi progressivo di funzioni vicarianti.
Ciascuna di queste tre cause, adunque, avrebbe potuto, nel caso nostro, influire da sola o associata alle altre.
Lasciando da parte, per ora, la questione relativa alla funzione vicaria di altre glandole, posso sin da principio escludere la ipo- tesi della presenza di tiroidi accessorie, di cui non fu possibile rin- venir traccia al minuto esame di tutte le possibili sedi di esse , nella necroscopia dell'animale.
Mi fermo, invece, a riferire i risultati dell' esame istologico della glandola asportata, la cui descrizione mi pare non debba riu- scire priva d' interesse.
I.
Su di tale glandola era stata già, nell' atto operatorio , richia- mata la mia attenzione, perocché i due lobi ( il sinistro manifesta- mente più grande dell' altro ), anzi che essere separati, laterali, co-
— 30- me d' ordinario nei conigli, erano congiunti 1' un 1' altro sulla linea mediana da un tratto di sostanza glandulare, che facea da istmo , il quale sebbene non molto sviluppato si lasciava completamente riconoscere, onde non fu poi malagevole isolarlo ed asportarlo in- sieme ai due lobi che riuniva.
Mi affretto qui ad aggiungere che la presenza di un istmo, sic- come ho avuto 1' agio di osservare, non è punto una rara eccezione in siffatti animali , specialmente quando si tratti di individui . che non son più molto giovani.
Se la produzione poi di quest' istmo sia nei singoli casi, do- vuto ad un lusso formativo, puramente fisiologico, o vi contribui- scano ed in quale grado le alterazioni che sogliono indurre au- mento di volume della glandola, ulteriori ricerche potranno dimo- strare .
L'esame microscopico confermò pienamente la natura dell'istmo suddetto, rilevandovi in tutta l'estensione la peculiare struttura ti- roidea.
Ma ben altri dati fu possibile notare nella glandola, tra i quali uno che può dirsi quasi eccezionale.
A prima vista e col soccorso di debole ingrandimento si rilevava come la struttura di essa, massime nel lobo sinistro , fosse profon- damente alterata.
In questo la parte centrale , quella che Woelfler considerò come parte midollare, era sostituita nelle sue vescicole da un convoluto di vasi ectasici, a pareti esilissime alcuni, a contorno più spesso altri , ma tutti rigurgitanti di sangue , riconoscibile tuttavia anche *dalla lieve tinta gialletta, rispettata dal trattamento al carminio bo- raci co.
A più forte ingrandimento, vi si riconoscevano vene e capillari sanguigni dilatati, quest'ultimi quasi lacunari e così strettamente stivati 1' un l'altro, che in molti punti non era possibile discerner traccia di vescicole tiroidee. Soltanto nei vari rincontri, in cui esse si mostravano, erano ridotte in masse, che della loro natura da- vano solo una pallida immagine.
In moltissimi casi la sottigliezza delle pareti vasali era così avanzata, che desse, nelle sezioni, erano rappresentate soltanto da esili tratti, i quali, a gran pena, qua e là pareano av esser potuto sostenere la pressione eccentrica del sangue , ond' erano estrema- mente ripiene.
Quasi tutti questi vasi ectasici, nei tagli seriali condotti nor- malmente alla lunghezza del lobo, apparivano in sezione trasversa: più scarsi furono quelli tagliati nel senso longitudinale.
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Anche nella periferia si vedevano numerosi vasi, dilatati in grado notevole, anzi in un punto molto eccentrico, verso la zona periferica, limitatamente, se ne notava un altro cumulo con caratteri analoghi ai precedenti, tranne che non fu possibile seguirlo in tutta la lunghezza del lobo, come per gli altri.
Tra i vasi centrali e periferici si stabiliva una larga via di co- municazione mediante tronchi traversali, anch' essi notevolmente dilatati.
Questa distribuzione vasale spartiva il parenchima glandolare in piccoli territori, di forma varia ed ognuno di essi era circon- dato da vasi. Frequentissimi erano ivi i versamenti sanguigni, mas- sime lungo la zona periferica. 11 tessuto glandolare n' era in grado notevole infarcito ed in parecchi punti notavansi proprio dei depo- siti di colorito bruno, dovuti senza dubbio all'alterazione del pig- mento ematico. Si trovavano in alcuni punti riempite di sangue financo le vescicole glandolali, caratterizzate dall' epitelio peculiare ancora integro.
Nella figura I è riprodotto e si vede, per quanto lo consente il piccolo ingrandimento, adoperato per aver l'idea d'insieme, il lobo sinistro, testé descritto, con la peculiare distribuzione dei vasi , e con altre note che verranno man mano indicate.
Nei vasi arteriosi , poi , nota costante in tutte le sezioni fu il rilevante ispessimento della parete, al quale contribuiva, in massi- ma parte, 1' avventizia, che avea di molto aumentati i suoi strati. ■Se non che, in una delle arterie principali del lobo sinistro, oltre -a questo aumento di spessezza, prevalente nella guaina connettivale, .alterata in grado notevole era anche l'intima di essa.
Trattavasi di una forma di endoarterite prolifera delle più de- finite, per la quale il lume del vaso ne veniva in qualche punto quasi completamente occluso. Estesi brani di endotelio giacevano nei vase , con spiccate e rigogliose cellule a nuclei colorati ed a corpi laminari e tutto intorno la parete arteriosa discretamente ispessita.
Su altre sezioni del vase, ove le cèllule erano più scarse, ad ■esse si trovavano frammischiati elementi rossi e bianchi del san- gue, da cui risultava un insieme assai vario.
In altri preparati poi della stessa serie la medesima arteria aveva ben altro aspetto. La sua intima era proliferata in modo ti- pico; sporgente nel lume vasale, presentava papille e depressioni al- ternanti, sul cui margine, di tratto in tratto, erano cellule endote- liali rigonfiate.
In tutta l' intima poi, in tal modo cresciuta da lasciar solo un
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brevissimo spazio centrale al corpo del sangue, si notava nn' infil- trazione di elementi linfoidi nella spessezza delle sporgenze dell'in- tima, divaricante più o meno sensibilmente gli elementi costitutivi.
Questi dati meritavano di essere riprodotti nei più minuti par- ticolari in una figura illustrativa, ma ho dovuto astenermene per non moltiplicare i disegni, interessandomi d' altra parte che non fosser trascurati taluni altri reperti.
La lettera a (in Fig. I) può soltanto indicare la sede del vase, presentante la descritta alterazione.
Verso la parte più laterale di questo lobo (g) si addensava il parenchima glandulare con le sue note caratteristiche. Piuttosto frequenti apparvero i cordoni glandolari pieni, privi di lume centra- le, ma ben definiti e con gli elementi perfettamente evoluti. Erano però aumentati di numero in modo da accrescere 1' estensione del lobo e farne alquanto irregolarmente sporgente la superfìcie.
Il lobo destro, come ho già detto innanzi, meno voluminoso di quello testé descritto, mostrava nella sua zona più centrale anch'esso un sistema di vasi ectasici, ma assai più limitato e circoscritto, in quel che il tessuto era anche in migliori condizioni , che non fos- sero quelle del lobo sinistro. Le vescicole erano ivi nel pieno rigo- glio funzionale e perfettamente sviluppate con la sostanza colloide, che ne riempiva le cavità. Di emorragie occorsero soltanto raris- simi esempi.
L' istmo partecipava anch' esso all' abnorme sviluppo vasale e le emorragie in taluni punti covrivano fìnanco parte del sottile strato di parenchima glandulare.
Da tutta la descrizione, adunque, che precede, mi pare che lo stato della glandola in quistione risulti abbastanza ben caratte- rizzata.
Siamo, quindi, d' innanzi ad un' ipertrofia delle tiroidi, ad una di quelle forme di gozzo, che si dicono vascolari.
C è ora un nesso tra tale alterazione e la endoarterite proli- fera ? È quest' ultima soltanto espressione di stati flogistici soprav- venuti nel gozzo , o ha, pei* avventura, un più importante signifi- cato di relazione con quest' ultimo ?
IL
Nello stesso lobo sinistro devo , inoltre , notare la presenza di due noduli , di diversa natura e distinguibili perfettamente 1' uno dall' altro così per 1' aspetto complessivo , come per i caratteri dei singoli elementi che li costituiscono.
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Il primo, l'atto di sostanza glandolare, incompletamente svilup- pata, sito nella zona periferica, avea forma approssimativamente triangolare ed era limitata da un ristretto spazio, in cui correvano vasi ripieni di sangue, i quali di tratto in tratto mandavano nello interno di esso scarsi rami. Questo spazio che, talora per la com- pressione del vetrino appariva anche un po' più ampio, si riduceva man mano nella serie delle sezioni, fino a scomparire completamen- te, si che rimaneva, come mezzo d'isolamento, solo un sottile invo- lucro connettivale.
Nella figura I, t, è possibile rilevare la sede e la forma di que- sto nodulo mentre la lettera e ne indica lo strato di connettivo che lo involge e lo isola.
Gli elementi , ond' esso era costituito , aveano grosso nucleo, spesso polinucleolato e con una ristretta zona di protoplasma, visi- bile solo mercè discreti ingrandimenti.
In quanto al modo d' aggregarsi di tali cellule , nel maggior numero dei casi, non vi si potea ravvisare disposiziono speciale.
Mentre apparentemente sembravano ammassati senz' ordine, qua e là si presentavano all'osservazione come dei cordoni, che in se- zione trasversa apparivano come ammassi concentrici, con 1' inizio di una cavità centrale, da ricordare le vescicole del parenchima tiroideo nei loro primordii. Ed, in effetti , non mancavano esempi di vere vescicole , che indicavano lo stato più evoluto di singoli territori del nodulo, rispetto ad altri meno differenziati.
I vasi, come ho detto , scarsissimi e tutto il colorito alquanto diverso per gradazione dal rimanente tessuto del lobo.
Che cosa ora può rappresentare il nodulo testé descritto ? E un cumulo di parenchima giovane, che va riferito ad un vizio di svi- luppo, ad un mancato ed incompleto svolgimento di quel lobulo o non piuttosto è espressione di una evoluzione intima, compensatrice, direi quasi, poiché qui, ad onta della ipertrofia, la parte attiva del lobo è ridotta in cosi modeste proporzioni ?
Senza dubbio , e 1' una e 1' altra di queste ipotesi potrebbero trovare l' appoggio nei fatti osservati , sebbene , per le alterazioni che noi rileviamo nella glandola, si potrebbe inclinare piuttosto a ritenere il cumulo in parola come espressione di un mancato dif- ferenziamento ulteriore, di cui non mancano esempi ed osservazioni, per le quali si sa che noduli siffatti possono più tardi svilupparsi in adenomi (Wolfler).
Intanto, non bisogna negligere che la tiroide, che noi esaminia- mo, non è già una di quelle glandule normali ed attive in tutto il parenchima , e che territori più giovani possono non meno giusta-
3
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mente essere intesi come esempi di quell'evoluzione incessante, che ha luogo nell'intimità di questo o quell'organo e della quale si hanno osservazioni anche relativamente alla tiroide (Montandon (1) ).
Accanto a questo nodulo di natura epiteliale , ve n' ha , come ho detto , un altro fatto di elementi linfoidi. E di dimensioni di- screte ed ha sede, al pari del precedente, nella parte periferica del lobo. Esso è in tutta la sua struttura analogo a quei cumuli ade- noidi, già descritti in tiroidi normali di mammiferi ( Lupo (2) ), e, per ulteriori ricerche , più estesamente confermate nella serie dei vertebrati ( Montandon ).
Mediante una capsula connetti vale, qui anche un poco più spessa di quella, che di ordinario si nota, esso era completamente isolato dal parenchima epiteliale.
Nelle singole sezioni , in cui appariva di forma quasi regolar- mente ellittico, non fu possibile trovar traccia di quei sopimenti di connettivo , che sono stati molto nitidamente osservati nel gatto e che mediante ramificazioni successive, formano lo stroma che è dif- fuso per tutto -il nodulo.
In alcuni tagli esso era attraversato da fibre muscolari , come dirò in appresso ; tutto il resto perfettamente normale. Distinto, adunque, dal nodulo giovane chiaramente glandulare, col quale anzi in taluni punti è contiguo, sicché ne e visibile a colpo d' occhio la diversità, questo cumulo adenoideo , rientrando tra i componenti normali della tiroide, forma una parte a sé , la quale può anche rimanere indipendente nei processi che alterano la porzione epi- teliale.
III.
Ma il dato, che ha sovratto richiamato la mia attenzione e mi ha specialmente spinto alla presente nota, è stata la presenza nella glandola e proprio nel lobo sinistro di essa di fibre muscolari striate.
Di un trovato siffatto non v' è autore che faccia cenno , se si eccettui il Wòlrler (3) il quale potè osservarle nell' uomo in due casi : in una tiroide normale di neonato ed in un' altra sarco- matosa.
(1) Montandon. — Contributo all' Istologia della tiroide nei vertebrati. Napoli 189 1.
(2) Lupo. — Contribuzione all'istologia della tiroide. Ti- roidectomia. Progresso Medico 18 SS.
(3) Wóelfler.— Entwickelung und Bau des Kropfes. 1883 Lan- genbecks Archio. XXIX.
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Prima di lui non se n' ebbe punto notizia ed il Wòlfler mede- simo descrive la sua osservazione nei termini seguenti ; « Come un' anomalia speciale e non ancora osservata nella struttura della tiroide è da considerare quando nel suo parenchima, durante lo svi- luppo, è inclusa sostanza muscolare (1) ».
Tale osservazione, altrettanto eccezionale che incontestata, non s' è più ripetuta, per quanto io mi sappia, sicché dal 1883 è rimasta unica nella letteratura e lo Ziegler (2j , nella recente edizione del suo classico trattato d' anatomia patologica, ricorda soltanto il Wòl- fler a proposito della presenza di fibre muscolari nei tumori tiroidei.
La mia osservazione , analoga per una parte a quella del pre- citato autore, ne differisce, oltre che per lo stato dell' organo e per 1' animale, in cui non è stata mai fatta , anche per talune partico- larità che descriverò appresso,
Anzitutto, il numero delle fibre è notevolmente grande : preva- lenti nello stroma interlobulare si presentano con pari frequenza in quello intervescicolare e non mancano nemmeno in vicinanza del nodulo linfoideo ricordato.
11 senso del loro decorso è molto variabile ; il più gran numero di esse è reciso normalmente alla lunghezza, ma non sono rare quelle che s'incontrano in senso longitudinale e più o meno obliquo.
L' aspetto degli elementi è dei più caratteristici ; nelle sezioni tras verse i campi di Conheim , in quelle longitudinali la striatura peculiare, sono visibili in modo spiccato.
Aon meno chiari si vedono là, dove occorrono, i nuclei del sar- lemma, onde si ha l' immagine completa della fibra striata, adatta, può dirsi , anche per la nozione della struttura di questi classici elementi.
Quello che mi pare sia degno di speciale menzione negli ele- menti che si lasciano osservare in lunghezza , è una particolare e manifesta risoluzione in fibrille primitive, quale nelle ordinarie fibre si ottiene solo mediante 1' uso di opportuni reattivi (acido cromico */2 per 100, bicromato 2 °/0, acido picrico, alcool diluito ecc.). dove che questa glandola fu indurita in sublimato.
Oltre a ciò, era spiccata l'aggregazione in cilindri primitivi, donde l' immagine chiara dei campi di Conheim, che, come ho detto,
(1) Loco cit.
(2) Zielgek. — Trattato d' Anat. Pat. Trad. ital. del Prof. Armarmi 2. ' ediz. 1892.
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si osservano nelle sezioni trasverse, la quale raggiunge spesse fiate una non comune evidenza.
Lo stato fibrillare era in certi punti così accentuato, che i sin- goli componenti di una fibra si allontanavano notevolmente gli uni dagli altri, quasi a distribuirsi in punti più o meno distanti, senza che però si potesse precisarne il modo di terminazione, poiché esse compenetravano il parenchima in tutt' i sensi.
Non potrei qui nemmeno affermare se realmente alcune vadano a finire nella parete vescicolare , come 1' osservazione di qualche punto indurrebbe a credere.
Queste fibre, adunque, fanno parte integrante della glandola e sulla base dei fatti osservati vien messo fuori causa qualunque dub- bio che possa trattarsi di occorrenze accidentali.
In effetti, anche quelle fibre che han sede nello stroma più. pe- riferico , si trovano sempre involte dalla capsula della tiroide , la quale capsula non s' interrompe a livello di esse, ma le circonda così come pel resto del tessuto glandolare.
La figura II è destinata a mostrare la disposizione d' uno dei punti, in cui fasci di fibre striate sor-o recisi trasversalmente — Le f. f. sono intercalate allo stroma interlobulare e sono in numero abbastanza notevole; in f invece alcune altre sono in rapporto an- cora più intimo col tessuto proprio della glandola.
A livello di questi cumuli, si può accompagnare la capsula con- nettivale ininterrotta, la quale, dopo una lieve inflessione, continua oltre a rivestire il rimanente parenchima.
L'ingrandimento debole, con cui è stata ritratta la figura, dà completa e nitida l'idea d'insieme inquanto a' rapporti strutturali, e sebbene meno chiaramente, rileva in una delle fibre, capitata in sezione longitudinale una fina striatura assai regolare e netta.
È parimenti eliminato il sospetto della inclusione di fibre per 1' aumento patologico della massa dell' organo, perocché contro tale ipotesi sta non solo la sede principale delle fibre, che non è nei punti ove la glandola è cresciuta di volume, ma anche la presenza di non poche, isolate, nel mezzo dello stroma intervescicolare.
Ivi neppur la traccia di capsula connettivale o d' involucro qualsiasi , se si eccettui il sarcolemma di cui qua e là si possono vedere i nuclei.
Le fibre striate in sezione trasversa appaiono intercalate inti- mamente alle vescicole glandolari, circondate da quest'ultime, in mezzo alle quali pare come se sieno penetrate, spostandole o addi- rittura comprimendole, giacché alcune vescicole sono quasi per metà ripiegate su sé stesse.
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La figura III dà di questa descrizione un' immagine abbastanza persuasiva. Mentre in fs le fibre recise trasversalmente sono involte da lamine di connettivo, risultanti quasi dallo sdoppiamento di un setto connettivale interposto ai lobuli glandolare le altre invece fu sono assai intimamente intercalate ai follicoli tiroidei , sicché uno di essi quasi ne è introflesso fv1 —
Non meno dimostrativi sono i preparati, ove le fibre occorrono in lunghezza, che anzi per la descritta divisione in fibrille le si può scorgere compenetrate nel parenchima in modo affatto eccezionale.
Nella fìg. IV è disegnato uno dei punti , appartenenti ad una sezione, capitata un poco più spessa, sicché essa si mostrava costi- stituita di più piani , onde si potea vedere come gli strati di fibre muscolari s' alternassero con quelli delle vescicole tiroidee, ciò che appariva con una lieve variazione della distanza focale.
Questa condizione è, per quanto lo permette un disegno preciso, riprodotta nella figura citata.
Ivi le fibre sono notevolmente divise nei loro componenti e si distribuiscono così intimamente in mezzo i follicoli glandolare che a norma dei siti ne sono coverti o vi si sovrappongono, sicché qua e là negl' interstizi si vedono gli elementi dell' epitelio vescicolare.
Non voglio, infine, omettere di ricordare che in corrispondenza del nodulo linfatico , ho visto le fibre passar sopra di esso , quasi attraversandolo.
Per tutte queste particolarità il mio reperto si allontana da quello del Wolfler e ne diventa assai più importante.
Questo autore, infatti, riferisce di aver rinvenuto le fibre striate involte da una capsula di connettivo, molto più resistente e spesso nel caso del sarcoma, onde esse erano completamente isolate dal restante tessuto.
A volere ora spiegare la presenza di questi speciali elementi nella tiroide in esame, la loro caratteristica e svariata compenetra- zione nel parenchima, mi pare che non si possa invocare la ipotesi della semplice inclusione di essi nell' organo in isviluppo.
Questa potè essere una giusta interpetrazione del reperto di Wolfler , i cui caratteri ho già riferiti , ma è assolutamente insuf- ficiente a dare il giusto valore alla complessa osservazione, fin qui descritta.
Laonde mi pare che , anche a voler ammettere 1' anomalia di sviluppo, questa dev'essere spiegata nella presenza di semplici ger- mi embrionali aberranti , i quali devono rappresentare non altro, che punti di origine per il differenziamento ed accrescimento ulte- riore delle fibre che hanno attraversato e compenetrato intimamente
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tutto il parenchima glandolare. Non si può in altri termini negare che le fibre striate hanno dovuto, in questo caso, seguire sviluppo autonomo, forse anche contemporaneo a quello degli elementi glan- dolari, fino ad acquistare particolarità di struttura e di decorso così complesse, quali noi rileviamo.
In conclusione, adunque, lo esame della descritta glandola di- mostra:
1) Che le alterazioni della tiroide possono, in limiti non an- cora determinabili, influire sulla vita degli animali, che ne son bru- scamente privati, ravvicinando, in quanto agli effetti, la tiroidecto- mia sperimentale a quella chirurgica in senso stretto.
2) Che non è possibile confusione di sorta tra i cumuli di parenchima non completamente sviluppato e quelli linfatici. Questi ultimi possono trovarsi contemporaneamente ai primi , formando una parte propria nella glandola.
3) Che a spiegare il singolare reperto della presenza e del- l' atteggiamento complesso delle fibre striate, in questo organo, non basta la semplice inclusione durante lo sviluppo, come pel caso di Wólfler. I germi embrionali aberranti possono rappresentar solo punti di origine, dai quali le fibre si sieno svolte, in modo autono- mo, nel parenchima tiroideo , compenetrandolo , secondo molte e svariate direzioni.
Istituto <V Istologia e Fisiologia generale della R. Università di Napoli — Gennaio 1893.
Spiegazione delle figure
Fig. I. Tiroide di coniglio — Lobo sinistro.
Trattamento : Bicloruro Mercurio — Carminio boracico.
v. v. vv. — vasi ectasici.
a — vase con l'intima proliferata.
g — parenchima glandolare normale.
t — nodulo di parenchima giovane.
e — connettivo involgente.
oc 1 „ .
■ Zeiss
Obb BB
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Fig II. Idem — Disposizione dei falci di fibre muscolari striata nello stronca e nel tessuto glandolare — Le fibre come si vede sono in seziane trasversa.
ff. fibre intercalate allo stroma interlobulare. P. fibre in più intimo rapporto con la sostanza propria glan- dolare.
oc 8
Zeiss
obb BB
Fig. IH. Idem — Rapporto delle fibre striate con le vescicole glandolari.
fs — fibre in sezione circondate di connettivo.
fv — fibre intercalate intimamente alle vescicole.
tv' — vescicola ripiegata e circondante una sezione trasversa di
fibra di striata fs.
oc 3
Zeiss
Obb DD
Fig. IV. Idem — Le vescicole tiroidee e le fibre mnscolari , in sezione
longitudinali e scomposte nelle loro fibrille — Quest' ultime
compenetrano in tutt' i sensi il parenchima.
La figura è ritratatta facendo variare la distanza focale.
oc 3
Obb DD
Zeiss
Sullo Gtenodrilus serratusO. Schmid t. — Nota riassuntiva di Fr. Sav. Monticelli.
( Tornata del 18 giugno 1893 )
0. Schmid t descrisse col nome di Parthenope serrata nel 1857 un anellide trovato nel golfo di Napoli in unico esemplare. Nel 1863 Claparéde ne descrisse un altro da lui rinvenuto, pure in unico esem- plare, a Saint Vaast la Hougue,al quale impose il nome di Ctenodrilus pardalis. Ray-Lankester nel 1867, esaminando le descrizioni e le figu- re dei due vermi date dallo Schmidt e dal Claparéde, credette di poter concludere sulla identità delle due forme. Ma il Kennel, che ha ritro- vato negli aquarii della Stazione Zoologica di Napoli un anellidino, che riferisce allo Ctenodrilus pardalis del Claparéde, la pensa di- versamente dal Lankester e crede Parthenope serrata e Ctenodri- lus pardalis specificamente e genericamente distinti, e per essi crea la famiglia dei Otenodrilidae. Il Vejdovsky, che prima era dell'opi- nione di Lankester, avendo trovato a Trieste uno Ctenodrilide, che riferisce alla Parthenope serrata di 0. Schmidt, accetta le conclu- sioni del Kennel ; ma in parte, in quanto egli crede le due forme
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dello Schmidt e del Claparéde solo specificamente distinte ed apparte- nenti al genere Parlhenope, giacché questo nome, come più antico, deve avere la precedenza sull' altro del Claparéde ( Ctenodrilus ). Il Vejdovsky pensa inoltre che la forma ritrovata a Napoli, negli aquarii, dal Kennel, e riferita allo Ct. pardalis del Claparéde, non è proprio questa specie, ma, invece, la Parlhenope serrata di Schmidt. Le con- clusioni del Kennel sono state accettate dallo Scharff e dallo Zep- pelin che hanno descritto due nuove forme di Ctenodrilidi ( Cten. parvulus Scharff, Cten. monostylos Zeppelin ) trovati entrambi in aquarii marini. Recentemente il Yaillant nella sua Istoria degli Anel* lidi ( 3 Voi. 2 parte,) accoglie, invece, le conclusioni del Ray-Lan- kester e quelle primitive del Vejdovsky e riunisce nell' unico ge- nere Ctenodrilus le due forme di Claparéde e di Schmidt sotto il nome di Ct. serraius 0. Schm., essendo questo il nome specifico più antico. Il Vaillant fa giustamente osservare che non può con- servarsi il nome generico Parlhenope , quantunque più antico, es- sendo stato già precedentemente allo Schmidt, usato dal Fàbricius per un altro animale ( Crostaceo ).
Questa storia della quistione, ora riassunta, può riepilogarsi nel modo seguente in un quadro che espone in breve lo stato di essa.
[1863] Ctenodrilus pardalis Claparéde. J1857J Parlhenope serrrata. 0. Schmidt. Raj-Lankester (18(37) — Vejdovsky (1879)
Un genere: Parlhenope 0. Schm.
Ctenodrilus pardalis Clap. = Parlhenope serrala 0. Schm. Kennel (1881) Famiglia Clenodrilidae Due generi :
gen. Parlhenope 0. Schm — P. serrala 0. Schm. gen. Ctenodrilus Clap. — C. pardalis Clap. Vejdovsky (1884) Farrrglia Clenodrilidae Un genere : gen. Parlhenope 0. Schm.; due specie:
1 P. serrata 0. Schm ( = Ctenodrilus pardalis Kennel )
2 P. pardalis Clap. ( = Ct. pardalis Clap. nec Kennel )
Vaillant (1890) Famiglia Chaelogastridac Un genere :
gen. Ctenodrilus Clap. — Ci. serraius 0. Schm. = (C. pardalis Clap. = C. pardalis Kenn. = Partii, serrata 0. Schm., Vejd.= Parlh. pardalis Vejd).
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Il ritrovamento da me fatto di uno Ctenodrilus, che ho riferito allo Ct. pardalis Clap. [Kennel], nella cavità del corpo delle Synapta e delle Hololhuria tubulosa del nostro Golfo , come ho già accen- cato altrove (1), mi ha spinto a studiare la suesposta quistione si- stematica. E mi ha permesso di risolverla — dimostrando quale delle conclusioni degli autori innanzi citato è da accertarsi — la raccolta da me fatta di un largo materiale di Ctenodrilus — che è certamente lo stesso trovato dal Kennel {Ct. pardalis) — negli aquarii della sta- zione zoologica di Napoli e quello fornitomi dal Cav. Lo Bianco trovato sulle colonie di Zoouothrium pellucidum del nostro golfo, in estate ( sulle quali io finora non 1' ho ritrovato ) , nonché l'esame di alcuni esemplari di uno Ctenodrilus, gentilmente concessimi dal Prof. Wilson, da lui raccolti negli aquarii marini dell'Istituto Zoologico di Monaco (Baviera), alimentati da acqua del golfo di Trieste — che è certamente quello trovato dal Yejdovsky e riferito alla Parthenope serrata — ed ancora lo studio che , grazie al collega Dr. Rosa, ho potuto fare dell' unico esemplare di quello Ctenodrilus da lui re- centemente rinvenuto a Rapallo (Liguria), e che egli considera come Ct. pardalis, pur facendo rilevare alcune rassomiglianze che lo rav- vicinano un poco allo Ct. parvulus. di Scharff.
Dallo studio, infatti, di questo materiale e dall' esame accurato comparativo delle descrizioni e figure date dal Claparéde e dallo Schmidt dello Ctenodrilus pardalis e della Parthenope serrata, ho potuto convincermi che la conclusione alla quale è pervenuto teoreticamente, dirò cosi, il Vaillant è quella da accettarsi, e che quindi Ctenodrilus pardalis e Parthenope serrala sono unum et idem, come pel primo aveva espresso il convincimento il Ray-Lan- kester.
Io non posso ora esaminare e discutere le considerazioni che spingono il Kennel ed il Vejdovski a ritenere Ctenodrilus pardalis e Parthenope serrata fra loro differenti — non importa ora ricor- dare se solo specificatamente, od anche genericamente — né le ra- gioni addotte dal secondo per sostenere che lo Ctenodrilus del Kennel , non è quello di Claparéde , ma la Parthenope serrala di 0. Schmidt; ciò ho fatto nel lavoro completo. Mi limito solo ad osservare che la ragione della divergezza fra le conclusioni dei due succitati Autori e di queste con la mia, deve ricercarsi nella inter-
(1) Notizia preliminare intorno ad alcuni inquilini degli Holothurioidea del golfo di Napoli, in: Monitore Zoologico Italiano, 1892, Anno III, N. 12, pag. 246-256.
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petrazione troppo verbale, mi si permetta la frase, da parte dei suc- citati autori delle descrizioni e figure dello Schmidt e Claparéde, senza tenere sufficiente conto del fatto che sì le une, come le altre, sono il frutto di osservazioni fatte su unici individui , e quindi si capisce agevolmente che, tanto il Claparéde , quanto lo Schmidt hanno descritto ciò che è loro riuscito di vedere a fresco : e, se la figura del Claparéde, è, per molti aspetti, meno, quella dello Schmidt, per altri , è troppo imperfetta per poter asserire che la forma di questo A. è differente da quella del Claparéde.
Dal che risulta che si sono avute delle descrizioni ora incomplete da un canto, ora dall' altro, e delle figure, secondo i tempi e lo stato degli animali esaminati, ora più, ora meno deficienti. È così, a mò d'esempio , che al Claparéde non è riuscito vedere che una sola serie di setole per lato nello Clenodrìlus ed allo Schmidt, invece, due nella Parthenope: differenza questa che per Kennel non ha va- lore, ed è attribuita, con ragione, ad imperfezione della descrizione del Claparéde ed il Vejdovsky , per contrario , crede reale e se ne vale , per sostenere che la forma studiata dal Kennel (C. parclalis Clap.), per avere solo due serie di setole, non deve riferirsi allo Ci. pardalìs di Claparéde, ma alla Parthenope serrata di O. Schmidt, alla quale egli riferisce il suo Ctenodrilide trovato a Trieste, ap- punto perchè fornito di due serie di setole per lato.
Dalle mie ricerche risulta quindi provato che Clenodrìlus e Parthenope devono considerarsi sinonimi e costituenti un unico genere, con un unica specie, che, accettando le considerazioni del Vaillant, io chiamo Clenodrìlus. La specie, invece, indico col nome di serrafus, perchè più antico.
Circa la struttura anatomica ed istologica dello CtenodrUus serralus le mie osservazioni concordano , in generale , con quelle del Kennel, ed in più punti le completano, specialmente in riguardo al sistema nervoso e circolatorio , nonché per quanto riguarda la struttura dell' apparato digerente , avendo io constatato che non tutto l'epitelio intestinale è cigliato, ma, come nello Clenodrìlus monoslylos , è cigliato solamente quello della porzione anteriore e posteriore del tubo digerente: la parte slargata, (intestino medio), colorata in rosso mattone, ha, invece, un epitelio ricoperto da una sottile cuticola.
Scopo del mio studio, essendo principalmente quello di risolvere la quistione sistematica suesposta, non mi sono occupato del pro- cesso di divisione dello CtenodrUus serralus, che per ciò che poteva
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valermi allo scopo prefissomi. Dirò, per altro, che le mie osserva- zioni in proposito collimano con quelle del Kennel, dal quale solo dissento nella interpetazione dei fatti; in quanto, secondo io penso, nello Ctenodrilus serratus la divisione non è in rapporto con fe- nomeni di gemmazione, ma si ha una vera paratomia, nel senso di Wagner, nella quale il processo rigenerativo delle estremità non segue, ma precede ed accompagna il processo di divisione.
Lo studio dello Ctenodrilus serratus mi ha condotto ad un esame comparativo delle altre specie a questo affini : in breve ad una revisione della famiglia dei Ctenodrilìdae Kennel, che il Vail- lant non accetta ed, invece, raggruppa lo Ctenodrilus ai generi Amphichaeta e Chaetogasier nella famiglia dei Chaetogastridae da lui creata nel 1868.
Le altre specie del genere Ctenodrilus sono le due già ricor- date dello Scharff e dello Zeppelin; cioè, lo Ctenodrilus parvulus e lo Ctenodrilus monostylos. Il primo è certamente affittissimo al C. serratus, dal quale differisce principalmente per le setole che non sono pettinate, ed ancora per le minori dimensioni e per il minor numero di segmenti. Il secondo, invece, e per la presenza di un tentacolo impari al segmento cefalico, e per avere le setole di due sorta ed alquanto diversamente inserite, nonché per la for- ma di esse, quantunque in generale per l' insieme della organizza- zione molto affine agli altri due Ctenodrilus, evidentemente molto da questi differisce. Il "Wejdovsky ha proposto di farne il tipo di un nuovo genere, e Y esame che ho potuto fare comparativamente della descrizione delle figure dello Zeppelin e dello Ctenodrilus ser- ratus mi fa accettare la conclusione del Vejdovsky ; sicché io con questo A. ritengo, contrariamente al Vaillant, lo Ct. monostylos come costituente un genere dallo Ctenodrilus distinto. Accetto però le giuste osservazioni fatte dal Vaillant al nome generico proposto dal Vejdovsky di Monostylos ( che per la specie proponeva quello di te ni acuii fé?'), e chiamo il genere Zeppelinia, nome che il Vaillant stesso suggerisce pel caso che l'operato di Vejdovsky fosse stato accolto e confermato.
La famiglia dei Ctenodrilidae comprende , dunque, oggi due generi che possono così aggrupparsi.
a) Segmento cefalico portante subdorsalmente un tentacolo impari : setole a ciuffetti e di due sorta, non pettinate
gen. Zeppelinia Vaillant ( 1890 ) ( = Mouosiijlos Vejdowsky )
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b) Segmento cefalico senza tentacolo impari : setole a pennello di una sola sorta ; pettinate, o non pettinate
gen. Ctenodrilus Claparéde (1863) ( = Parthenope 0. Schmidt ).
Il genere Zeppelìnia comprende oggi una sola specie : Z. mo- nostyla Zeppelin (= Ctenodrilus monoslylos , Zepp. Monoslylos tenlaculifer Vejd.), trovato finora solamente negli acquarli marini di Fiburgo.
Il genere Ctenodrilus comprende, invece, due specie così distinte:
a) Setole pettinate : segmenti 12 14. Ci. serralus 0. Schmidt.
b) Setole non pettinate : segmenti 7-10. Ci. parvulus. Scharff.
Lo Ct. serralus O. Schmidt è stato trovato; a) libero: dal Cla- paréde a Saint Vaast la Hougue ( fango e praterie di Zoosteracce), da Schmidt a Napoli, da Lo Bianco a (Napoli sulle colonie di Zoooothrìum pellucidum,) da Vejdovsky a Trieste, dal Rosa a Rapallo (Liguria) — b) negli aquarii marini: dal Kennel e da me a Napoli, in quelli della Stazione Zoologica, dal Wilsson a Monaco di Baviera, in quelli del- l' Istituto Zoologico — e) negli Holothurioidea, nella cavità del corpo, da me a Napoli.
Lo Ct. serralus Scharff è stato , invece , trovato finora sola- mente negli acquarii marini del Bolton a Birmingham.
La posizione sistematica della famiglia dei Clenodriiidae è tut- tora molto dubbia. Molti fatti parlano in favore di un ravvicina- mento agli Archianellidi (Polygordius, Protodrilus), o di un ravvi- cinamento agli Oligocheti (Chaetogaster, Aelosoma, Ampliichaeta), ma molti altri, e non di poca importanza, vi si oppongono. Ciò che ora solo può dirsi, con maggiore probabilità di non andare errato, è che i Clenodriiidae occupano un posto del tutto isolato fra i Che- topodi, comunque vogliano essi considerarsi, sia come forme primi- tive di Anellidi, od a queste prossime parenti, sia di queste già più differenziate.
Napoli, IO Giugno 1893.
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Sopra l'organo dell' imbuto nei Oefalopodi. — Ri- cerche di Giuseppe Jatta.
(Tornata 2 Luglio 1893)
1. Storia.
Nella tav. XIV del grande lavoro diFerussac e D'Orbi gny (1) sopra i cefalopodi e propriamente nella fig. I è rappresentato lo spac- cato dell'imbuto di un Octopus vulgaris, nel quale si trova disegnato l'organo dell'imbuto ed indicato con la lettera x. Però nella spie- gazione della detta figura a pag. 35 è scritto. « xx, muscles du tube anale servants aux contractions et a la dilatation ». Queste parole mostrano, che se D'Orbigny e Ferussac furono i primi a no- tare la esistenza dell' organo, essi però non ne apprezzarono la vera natura e lo confusero con un muscolo trasversale.
H. M filler (2) nel 1852 scovrì e descrisse l'organo in molti cefalopodi, da lui studiati a Messina. Egli notò , che si presenta come un rilievo chiaro e schiacciato della faccia interna dell' im- buto, rilevò alcune particolarità dì forma, che assume nell' Octopus, nell'Eledone e nel Tremoctopus; cercò di studiarlo microscopica- mente e trovò la superfìcie esterna tutta tappezzata di corpuscoli fusiformi, incolori, fortemente rifrangenti la luce, molto simili agli organi orticanti, benché non abbiano filamento. Per altro non po- tette constatare l' azione orticante di tali corpuscoli.
Il Boll (3) confermò le osservazioni di Miiller , ed avendo ra- schiato con un rasoio sopra la faccia esterna dell' organo rinvenne nella sostanza raschiata i corpuscoli fusiformi , alcuni dei quali erano racchiusi in un involucro, eh' egli chiama cellulare. Sopra la funzione di questi corpuscoli dice di non potere avanzare nem- meno una ipotesi.
(1) Ferussac et D'Orbig.w— Misto ire nature Ile gen. et part. des Cèphalopodes acètab uliferes vivants et fossiles ec. Paris 1835- 45, lav. XIV. fig. I, pag. 35.
(2) Mùller II. Bericht ùber einige im Herbste 1852 in Messi- na angeste lite vergleichendanatomische lì nters u chungen von C. Gegenbaur, A. Kòlliker und H. Mùller. — Zeilschr. /'. Wiss. Zool. IV Band 1852 53, pag. 339.
(3) Boll Fr. — Bei tra gè zur ve rg lei eh. Hi s to 1. desMollusken- typus. Ardi. f. Mìhr. Anat. — Suppl. 1869, p. 97-98, lav lì', fig. 17 .
Bobretzky (1) nel suo lavoro sopra lo sviluppo dei cefalopo- di, che non posso leggere perchè scritto in lingua russa, ha accen- nato allo sviluppo dell'organo, come rilevo dalla fìg. 87 della» tav. IX , nella quale sopra un taglio trasversale di un embrione di L. vulgaris sono diseguati in x1 , Vorspr'ànge der inneren ed in x " der ausseren trìchterswand, come si legge in una spiegazione delle tavole tradotta in lingua tedesca dall'autore medesimo.
Ver r ili (2) notò nei cefalo podi, di cui formò la famiglia De- smoleutliidae, V assenza della valvola e la presenza nell' imbuto di uno speciale processo sporgente. Ignorando la letteratura di cui innanzi ho tenuta parola credette , che quel processo sporgente si trovasse soltanto nei cefalopodi della famiglia Besmoteuthidae e lo considerò come un carattere esclusivo di questa. Disegnò l'organo nella flg. 2d e 4a della tavola XLV ed in una nota a pag. 223 scris- se : Of these organs the median dorsal one is larger and more com- plicateci than the others. It seems to me probable that this organ is the true homologue of the foot of gastropods. » Veramente stra- na questa congettura !
Hoyle (3) dette all' organo il nome di " Verrill's organ " e ne constatò la presenza in tutte le specie del gen. Taonius eccetto il T. cymoctypus. Lo descrisse brevemente , nulla aggiunse a quanto ne aveva detto il Verrill e si mostrò anch' egli ignaro delle prece- denti conoscenze sopra l'argomento.
Weiss (4) riscontrò e descrisse 1' orga*io nel Doratopsis ver- micularis, nel Tracheloteuthis behnii, nella Veranya sicula e nella Histioteuthis ruppelii: e partecipando alla ignoranza della letteratura dei due precedenti autori ritenne il nome di « Verrill's organ ».
Contemporaneamente, comparve una breve nota di Malcolm Laurie (5) , nella quale era annunziata la scoperta dell'organo di Verrill in un giovane Loligo di quasi 6 m. m. L'organo ben di-
(1) Bobretzky N. — Untersuchungen ùb«r die Entwicklung der Cephalopoden — Nachricht. d. K. Gesellsch. d. Freunde der Naturkennt. d. Univ Moskau, Bd. XXIV, 1877. laf. IX, fìg. 87.
(2} Verrill A. E. The Ceph. oftheNortheastern.coastofAmer.-" Trans. Connect. Acad. Voi. V, 1882, pag. 413.
(3) Hoyle W. Report on the Cephalopoda. 1886, pag. J87, nota a piedi della pagina.
(4) Weiss E. On some Oigopsid Guttle Fitihes. — The Quart, Journ. ofMicroscopical Scie n .—Voi. XXIX, Pati. I. 18S8-89.pag.75.
(5) Malcolm Laurie— The Organ of Verrill in Loligo. The Quart. Journ. of Microscopica! Scien. Voi. XXIX. Pari. I. 1888-89. p. 97.
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stinto dalla valvola è formato da un cuscino mediano dorsale pro- lungato posteriormente sopra i due lati, e due altri cuscini laterali. L' esame istologico dimostra una struttura glandolare ; infatti lo trova formato di cellule cilindriche allungate interamente ripiene di una sostanza fortemente colorata con ematossilina. Afferma di non averne rinvenuta traccia nei cefalopodi adulti e conchiude : esser l'organo una formazione arcaica, ma embrionale, destinata quindi a scomparire negli adulti, aver funzione di una glandola mu- cosa e nulla aver che fare né con la valvola dell' imbuto , né col piede dei gasteropodi. E a deplorare, che le osservazioni di questo autore parte per la incompleta conoscenza della letteratura e parte per aver studiato sopra un materiale non opportunamente conser- vato siano deficienti ed in qualche luogo errate ; ciò non ostante due sue conchiusioni, cioè che l'organo è una formazione arcaica e che ha funzione glandolare, sono confermate dalle mie ricerche.
Brock (1) intanto in un breve suo scritto cerca di portar luce sopra l' argomento richiamando alla memoria le osservazioni di Muller. Egli rifa la storia dell'organo, rivendica la priorità della scoperta al Muller e mette in contradizione le ricerche istologiche di questo autore con quelle di Malcolm Lauri e. Attribuendo in- fine la diversità dei risultati al fatto, che il naturalista inglese stu- diò solamente sopra materiale conservato, conchiude esprimendo il desiderio, che venga fatto uno studio istologico dell' organo sopra materiale fresco ed opportunamente preparato.
Hoyle (2) in un lavoro intorno all'anatomia del Gonatus fa- bricii ritornò sopra l'argomento e cercò di studiare le particola- rità istologiche dell' organo in serie di tagli sia del Gonatus sia di embrioni di Sepia, Ommastrephes e Loligo, non che di Taoinius giovani ed adulti. Nel Gonatus trovò, che l'organo è formato di cellule molto allungate, di cui i nuclei sono situati in varii punti, ma ordinariamente ad un terzo della lunghezza. La estremità di- stale delle cellule è occupata da alcuni curiosi corpuscoli subglo- butari molto rifrangenti , omogenei , sui quali si nota all' esterno uno strato di sostanza opparentementc segregata. Sui margini i nu-
(1) Brock J.— Ueber das sogenannte Verrillsche Organ der Cephalopoden — Nadir, d. Kònigl. Gesellsch af t d. Wissen- schaften zu Gòttingen, N. 17, 1888.
(2) Hoyle W. Ob servati on on the Anato my of a rare Cepha- lopod (Gonatus fabricii) — Proc. of lite Znolog. Sociel. of London, 1889 pag. 128, 31.
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elei rifrangenti vanno scomparendo e 1' epitelio va riprendendo la l'orma tipica. Nelle sezioni poi dell' organo di giovani ed adulti Tao- nius ed embrioni di Sepia, Loligo ed Ommastreph.es, benché abbia rinvenuta in generale la stessa struttura riscontrata nel Gonatus, pure non è stato capace di scoprirvi i globuli rifrangenti. In ultimo avventura una ipotesi sopra la funzione dell'organo, e, mettendo da parte l'idea che possa essere un organo di senso, fosforescente od orticante , né preoccupandosi delle osservazioni di Malcolm Lau- ri e, esprime l'opinione, che sia esso un apparato destinato alla chiusura dell' imbuto, insomma che sia funzionalmente e non mor- fologicamente una valvola.
Appello!" (1) ha descritto e disegnato l'organo dell'imbuto nel Chaunoteuthis mollis.
La letteratura di sopra riferita dimostra, che una grande incer- tezza regna ancora sopra la struttura, la funzione ed il valore mor- fologico dell' organo dell' imbuto.
II. Descrizione dell'organo.
Aprendo l'imbuto di un ccfalopodo dalla parte ventrale si pre- senta sotto gli occhi dell' osservatore l'organo dell'imbuto come un corpo rilevato , di colore bianco , con superfìcie rugosa e margini molto netti. E sempre spalmato di muco; è più o meno rilevato ed esteso sopra la faccia interna dell'imbuto, del quale occupa la parte dorsale e ventrale, ed alcune volte consta di più pezzi, altre volte è conformato a mo' di un nastro ( tav. IV fig. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8 ).
Le rugosità della superficie esterna sono molto numerose e sono dovute ad estrotiessioni del tessuto sottostante.
Soltanto in una specie, nel Tremoctopus violaceus, (tav. IV fig. 1) 1' organo è formato da numerose laminette, longitudinali, parallele fra di loro, che si elevano dalla faccia interna dell'imbuto e ne oc- cupano i tre quarti basali sia nella parte dorsale che nella ventrale. In tutte le altre specie da me studiate 1' ho trovato o nastriforme o formato da pezzi di vario numero, forma e grandezza.
I pezzi che concorrono a formare 1' organo sono quattro, tre o due. (Tav. IV fig. 2 a 7).
Per quanto riguarda la loro posizione, se sono in numero di quattro, due sono posti nella parte dorsale dell'imbuto e due nella
(1) Appellòv A. Theuthologische Beitràge II, Chaunoteuthis n. g. Oigopsidarimi /S90. p. 14. Tav. .'>', /ty. 9 a, b.
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parte ventrale , onde si hanno due pezzi dorsali e due ventrali (tav. IV fig. 2). Quando i pezzi sono tre, uno è sempre dorsale e sembra che risulti dalla aderenza per la estremità anteriore (tav. IV fig. 3. 5 7) o dalla completa fusione dei due pezzi dorsali (tav. fig. 4). Nell'unica specie poi (Scaeurgus tetracirrus, D. Ch.) nella quale ho rinvenuto l'organo formato da due pezzi soltanto, questi hanno una posizione dorso-ventrale e sembra, che ciascuno risulti dalla aderenza per la estremità posteriore di un pezzo dorsale col ventrale più vicino (tav. IV fig. 6.)
Per la forma i pezzi possono essere più o meno allungati, dritti od alquanto ripiegati ad S alle due estremità, ovali , reniformi e qualche volta rotondi. Il pezzo mediano, dorsale alcune volte è mas- siccio e di forma triangolare o quadrangolare , altre volte prende l'aspetto di un V capovolto (A). (Tav. IV fig. 4 e 3. 5. 7)
L' organo nastriforme si presenta come un nastro rilevato e ripiegato in guisa da prendere la forma di un W con gli angoli alquanto arrotondati. 11 nastro alcune volte si restringe ed assotti- glia in modo da aver 1' aspetto di un sottile cordoncino. La forma a nastro può considerarsi come prodotta dalla aderenza di tutti e quattro i pezzi per le loro estremità. (Tav. IV fig. 8).
Dopo aver rilevate queste poche generalità riguardanti la for- ma dell' organo passo a descriverlo brevemente nelle specie, in cui ho potuto studiarlo.
1. Thysanoteulhis rhombus Trosch. — Tre pezzi: uno dorsale e due ventrali. Pezzo dorsale a forma di f\. Pezzi ventrali allungati e rispettivamente paralleli alle branche del pezzo mediano.
2. Ommastrepaes bartramiì Les. Come nella specie precedente.
3. lllex coindetii (Ver) Stp. Tre pezzi. Pezzo mediano, dorsale a forma di A > prolungato anteriormente a punta raggiunge la base della valvola , posteriormente esteso fin sopra i muscoli retrattori dell' imbuto. Pezzi ventrali reniformi, alquanto allungati.
4. Todaropsis veranyì Gir. Come nella specie precedente. Pezzo dorsale arrotondato anteriormente: pezzi ventrali reniformi, accor- ciati.
5. lodar odes sagìttatus (Lam). Stp. Come nella specie prece- dente.
6. Enoploteuthis margaritifera Rùppel. Quattro pezzi ben di- stinti. Pezzi dorsali allungati , ristretti anteriormente ed allargati posteriormente, arrotondati alle due estremità, situati in modo che prolungati anteriormente si incontrerebbero formando la tipica fi- gura di A- Pezzi ventrali della medesima forma , ma più piccoli dei precedenti ed a questi situati parallelamente. (Tav. IV fig. 2).
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7. Veranya sìcula Krohn — Tre pezzi. Pezzo mediano triango- lare, massiccio. Pezzi ventrali reniformi , arrotondati a guisa di cuscinetti.
8. Teleoteuthis krohnii Ver. — Tre pezzi. Pezzo dorsale a for- ma di A- Pezzi ventrali reniformi, accorciati, rotondeggianti.
9. Ancistroteuthis lichtensteini (Per) Gray. Tre pezzi. Pezzo dorsale a forma di /\. Pezzi ventrali allungati.
10. Doralopsis vermìcularis (Ver) De Roch. Tre pezzi. Pezzo dorsale triangolare , massiccio. Pezzi ventrali rotondi a forma di cuscinetti.
11. Sepiola rondeleti (Gesncr) Leach. —Tre pezzi. Pezzo dor- sale triangolare, terminato a punta anteriormente, profondamente smarginato ed arrotondato sui lati posteriormente. Pezzi ventrali piriformi. (Tav. IV fig. 4).
12. Sepiola aurantiaca n. Sp. Tre pezzi. Pezzo dorsale a forma di triangolo isoscele con gli angoli arrotondati. Pezzi ventrali piri- formi, alquanto allungati e rigonfiati nella estremità posteriore.
13. Rossia macrosoma (D. Ch) d'Orb. Quattro pezzi. Pezzi dor- sali piriformi ravvicinati fra di loro alla estremità anteriore. Pezzi ventrali allungati.
14. Heteroteuthis dispar (Riipp.) Gray. — Tre pezzi. Pezzo dor- sale triangolare con gli angoli molto arrotondati. Pezzi ventrali raccorciati, reniformi.
15. Sepia offìcinalis Lin. Tre pezzi. Pezzo dorsale a A con T estremità anteriore rotondeggiante. Pezzi ventrali allungati ed arrotondati all' estremità. (Tav. IV fig. 3).
16. Sepia orMgnyana Fer. Come nella specie precedente. Il pezzo dorsale prolungato a punta acuta anteriormente.
17. Sepia elegans d' Orb. Come nella specie precedente.
18. Loligo vulgaris Lmk. Tre pezzi. Pezzo dorsale a forma di /\. Pezzi ventrali dischiformi, allungati ed arrotondati alle due estre- mità.
19. Loligo forbesii Stp. Come nella specie precedente.
20. Loligo marmorae Ver. Come nella L. vulgaris.
21. Loligo media Lam. Come in L. vulgaris; ma tanto il pezzo dorsale quanto i ventrali più tozzi ed arrotondati.
22. Argonauta argo Lin. Tre pezzi. Il pezzo mediano a forma di /\. I due pezzi ventrali sono situati in modo, che prolungati po- steriormente incontrerebbero le due estremità del pezzo dorsale. (Tav. IV fig. 5)
23. Ocythoe tuberculata ( Risso ) Stp. Tre pezzi molto svi- luppati. Pezzo dorsale a forma di U (U capovolto). Pezzi ventrali
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lunghi quanto il dorsale , leggermente ripiegati ad S e posterior- mente molto ravvicinati alle estremità del pezzo dorsale. (Tav. IV
fig. 7).
24. Tremoctopus violaceus D. Ch. Numerose laminette sporgen- ti, longitudinali, poste sopra i tre quarti posteriori della faccia in- terna dell' imbuto. ( Tav. IV fig. 1 ).
25. Eledone moschetta Lam. Nastriforme. Nastro ripiegato a mo' di un W.
26. Eledone Aldrovandì D. Ch. Come nella specie precedente.
27. Octopus vulgaris Lam. Come in Eledone moschata. (Tav. IV flg. 8).
28. Octopus macropus Ris. Come in E. moschata.
29. Octopus de-filippi Ver. Nastriforme. Il nastro è così ri- stretto da prendere la forma di un cordone sottile.
30. Octopus saluta Ver. Come in E. moschata.
31. Scaeurgus tetracirrus D. Ch. Due pezzi dorso-ventrali a forma di V. (Tav. IV fig. 6).
32. Scaeurgus unicirrus D. Ch. Nastriforme. Come in E. mo- schata.
Ricapitolando la particolareggiata descrizione, che precede, la forma dell' organo dell' imbuto si può rapportare a sei tipi ben di- stinti, rappresentati dai sei seguenti schemi.
Schema A. Organo formato da quattro pezzi distinti, due dor- sali e due ventrali. (Tav. IV fig. 2).
Schema B. Organo formato da tre pezzi: uno dorsale, risultante dalla adesione nella estremità anteriore dei pezzi dorsali e due ven- trali. Questo schema varia secondo la forma e la posizione dei pezzi ventrali e la forma del pezzo dorsale. (Tav. IV fig. 3, 5, 7).
Schema C. Organo di tre pezzi, uno dorsale e due ventrali. 11 pezzo dorsale è massiccio e risulta dalla completa fusione dei due pezzi dorsali. I pezzi ventrali sono ordinariamente reniformi. (Tav. IV fig. 4).
Schema D. Organo di due pezzi dorso-ventrali a forma di V, risultanti dalla adesione per la estremità posteriore di un pezzo dorsale con un pezzo ventrale.
Schema E. Organo a forma di nastro ripiegato in guisa da pren- dere 1' aspetto di un W. (Tav. IV fig. 8).
Schema F. Organo formato da numerose laminette sporgenti, longitudinali, che occupano i tre quarti posteriori della parete in- terna dell'imbuto. (Tav. IV fig. 1).
La forma contemplata in quest' ultimo schema è certamente meno circoscritta delle altre; l'organo occupa una superficie mag-
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giore della parete interna dell' imbuto, mentre ha una struttura più semplice, come dimostra 1' esame istologico. Si è tentati a pensare, che essa rappresenti una forma diffusa dell'organo.
Se si prendono poi a considerare gli altri schemi, partendo dallo schema A si può avere lo schema B per l'aderenza dei due' pezzi dorsali nella estremità anteriore e lo schema C per la com- pleta fusione dei due medesimi pezzi. Lo stesso schema A può dar luogo allo schema D, per 1' aderenza nell' estremità posteriore di un pezzo dorsale con un pezzo ventrale. Lo schema B invece, come si trova modificato in Ocythoc tuberculata (Tav. fìg. 7), per l'ade- renza dei pezzi ventrali alle due estremità posteriori del pezzo dor- sale può trasformarsi nello schema E.
Così le diverse forme dell'organo dell'imbuto rappresentate dai cinque schemi A B C B E si possono connettere fra di loro e considerarli formati 1' uno dall' altro per semplice sviluppo dei sin- goli pezzi e conseguente aderenza e fusione di essi.
La forma rappresentata da due cuscinetti e descritta da V er- rili nella famiglia Desmoieutliìclae , da Weiss in Histioteufchis ruppelii, Veranya sicula e D. vermicularis, da Hoyle in Taonius, du- bito , che, come ho potuto verificare per la Veranya sicula ed il Doratopsis vermicularis , sia il risultato di osservazioni deficienti fatte sopra materiale mal conservato. Nel caso intanto, che la detta forma fosse confermata da nuove ed accurate osservazioni, è chiaro, che essa debba considerarsi come il risultato di una riduzione del- l'organo , il quale ha perduto i pezzi dorsali mentre i ventrali si sono raccorciati prendendo la forma di cuscinetti.
L' organo dell' imbuto può fornire buoni caratteri per la defini- zione delle specie; ma, almeno per ora, non vi è alcun criterio per potersene giovare nella determinazione dei generi e delle famiglie. Infatti mentre alcune notevoli variazioni si riscontrano nella me- desima famiglia ed anche nel medesimo genere, poi la medesima forma si trova in specie appartenenti a generi e famiglie diverse.
III. Struttura e Funzione.
Struttura. La struttura dell'organo dell'imbuto non è compli- cata ; ma il suo studio presenta molte difficoltà sia per la disposi- zione, che per la delicatezza degli elementi che lo compongono.
La ricerca sopra materiale fresco non dà nessun risultato sod- disfacente, né è possibile la dissezione dei tessuti in seguito all'azione dei liquidi maceranti. La natura stessa dell'organo spiega queste
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difficoltà. Resta come metodo di ricerca quello delle sezioni e di questo mi sono valso.
Innanzi tutto è necessario avere materiale opportunamente con- servato. Ci troviamo dinanzi ad un organo produttore di muco e quindi bisogna fare in modo, che non sia messo a contatto di so- stanze, le quali producano il rigonfiamento e la rottura delle cellule mucose. Di qui la necessità di servirsi di liquidi acidi per la con- servazione ed evitare il lavaggio nell' acqua. Come liquidi fissa- tori ho usato l'acido osmico, il sublimato acetificato, il liquido di Klein enb erg, il liquido di M filler, il bicromato di potassa e F acido cromico, avendo cura di passare gli oggetti dal liquido fis- satore direttamente in alcool a 70°. Tutti i liquidi sopra enumerati danno buoni risultati, ma preferibili a tutti gli altri sono il bicro- mato di potassa e l'acido cromico.
Gli oggetti fissati e poi induriti sono stati inclusi in paraffina e tagliati col microtomo in finissime sezioni, le quali erano prima attaccate sul vetrino porta-oggetti per mezzo dell' albumina e quindi colorate.
Fra le molte sostanze coloranti sperimentate hanno risposto meglio il liquido di Biondi e la doppia colorazione con carmalaun e verde dì metile, soluzione in alcool a 90°. Il liquido di Biondi colora rapidamente e dà una doppia colorazione in rosso ed azzurro: si colora in azzurro tutta la parte mucosa, mentre il resto prende un colore rosso più o meno intenso. Il carmalaun colora in rosso i nuclei ed il protoplasma, ed il verde di metile in azzurro il muco ovunque si trovi.
Ho fatto ricerche sopra molte specie di cefalopodi viventi nel golfo di Napoli, ma mi limito a riferire il risultato solamente di quelle eseguite sopra la Sepia officinalis , perchè nelle altre specie non ho notata alcuna variazione, salvo una minore quantità e quindi una più semplice disposizione di elementi. La struttura più semplice si riscontra nel Tremoctopus violaceus, e di questa ho creduto utile, dare in ultimo qualche notizia.
L' esame di una sezione dell' organo opportunamente conservato e colorato mostra a prima giunta una struttura glandolare. Sul mar- gine libero della sezione , cbe corrisponde alla superficie esterna, si nota una serie di cellule allungate, appiattite, le quali si ramifi- cano e formano una impalcatura: fra queste cellule e le loro rami, ficazioni si trovano altre cellule grosse, finamente granulose con un nucleo grande e rotondo. Le cellule allungate e ramificate sono cel- lule di sostegno (tav. IV fig. 14, cs) e le altre sono delle vere cel- lule mucose (tav. IV fig. 14, cm).
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Le ramificazioni delle cellule di sostegno si confondono con le fibre del tessuto connettivo sottostante. Sopra i margini gli elementi istologici vanno gradatamente prendendo la loro forma embrionale, fino a continuarsi direttamente con le cellule epiteliari della parete interna dell' imbuto.
Nella intima struttura dell' organo troviamo dunque a studiare le cellule di sostegno e le cellule mucose.
l.° Cellule di sostegno. Queste hanno una grande somiglianza con le cellule di sostegno descritte nelle glandole palleali dei ga- steropodi prosobranchi (1). Esse si riconoscono presto nelle sezioni per la loro posizione e per la colorazione rossa, che prendono con il liquido di Biondi e col carmalaun.
La forma di queste cellule è molto variabile; in generale si può dire che sono allungate, ingrossate nella estremità ove si trova il nucleo, quindi si vanno gradatamente assottigliando e si ramificano.
La estremità ingrossata è appiattita, ma non è nella superfìcie libera rivestita di ciglia vibratili.
Le ramificazioni corrono in tutti i sensi e si innestano fra di loro formando delle larghe maglie, fra le quali sono contenute le cellule mucose. Sul decorso di queste ramificazioni si notano alcuni nuclei , che si colorano in rosso col liquido di Biondi e col car- minio , sono fusiformi ed hanno una scarsa quantità di cromatina raccolta in un piccolo nucleolo. Questi nuclei, come risulta dallo studio della formazione delle cellule di sostegno, sono i rappresen- tanti di cellule epiteliari , che allungandosi e mettendosi fra di loro in contatto prendono parte alla formazione dell' organo (Tav. IV fig. 14, n).
2.° Cellule mucose. Le cellule mucose sono grosse, alquanto allungate ed hanno un nucleo grande rotondo e ricco di cromati- na. Il corpo cellulare si colora in azzurro col liquido di Biondi; però quando la produzione del muco non è abbondante si nota una sfumatura rosea, che è più o meno intensa secondo che il proto- plasma cellulare è rispetto al muco in maggiore o minore propor- zione.
Le cellule mucose prendono aspetto diverso secondo lo stadio funzionale in cui si trovano. Quando la produzione del muco è in- cipiente, il corpo cellulare si presenta finamente granuloso ; ma a
(1) Vedi Bernard F. Recherches sur les organes palleaux des Gasteropodes Prosobranches. Ann. d. se. nal. Zool. T. IX, 1890. pag. 95-404.
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misura che il muco aumenta, le granulazioni diminuiscono ed il corpo cellulare diventa omogeneo. Dopo che la cellula si è vuotata del muco, in essa si riscontra il nucleo, intorno al quale è raccolto uno strato di protoplasma, ed una rete di finissime granulazioni protoplasmatiche distesa per tutto il corpo cellulare. ( Tav. IV fig. 23).
Il nucleo occupa varie posizioni nella cellula, alle volte è nel mezzo, altre volte si trova addossato alla parete cellulare, la quale è sottilissima.
Le cellule mucose si trovano sparse in tutta la spessezza del- l' organo; solamente alla base di esso ove le ramificazioni delle cel- lule di sostegno diventano più sottili e più fitte, fra le strette ma- glie vi è semplicemente del muco.
3.° Rapporto fra gli elementi istologici. I rapporti fra le cel- lule mucose e quelle di sostegno sono degni di nota. Le cellule di sostegno sono situate, come già si è detto, in modo da formare uno strato alla superficie esterna dell'organo, ove sono ravvicinate fra di loro. Le cellule mucose invece formano più strati; quelle, le quali si trovano alla superficie dell'organo, sono contenute fra due cel- lule di sostegno, le altre sono circondate da tutte le parti dalle ra- mificazioni delle stesse cellule.
I rapporti fra la cellula mucosa e le due cellule di sostegno, fra cui è compresa, mutano. In alcuni casi le due cellule di sostegno sono per lungo tratto aderenti fra di loro e la cellula mucosa si trova allontanata dalla superficie dell' organo (tav. IV fig. 10).
L'aderenza fra le due cellule di sostegno diventando meno estesa, avviene che la cellula mucosa va man mano accostandosi alla su- perfìcie esterna fino ad esserne separata soltanto per un tratto bre- vissimo (tav. IV 9.). Infine le due cellule di sostegno si separano ed allora la cellula mucosa insinuandosi fra di esse raggiunge la super- ficie esterna dell'organo (tav. IV fig. 11 e 12). Questa è appunto la condizione, in cui si trovano le cellule mucose, nelle quali è avve- nuta la emissione del muco (tav. IV fig. 23).
A.0 Nel Tremoctopus violaceus (tav. IV fig. 15;. In questa specie 1' organo risulta formato da un numero di strati cellulari certamente minore di quelli, che concorrono a formarlo nella Sepia officinalis. Le cellule mucose (tav. IV fig. 15, e m) sono disposte in una sola serie. Le cellule di sostegno formano due serie ben distinte, delle quali una è alla superficie e l'altra alla base dell'organo: sono pi- riformi ed i prolungamenti delle cellule appartenenti alla serie esterna si incontrano e si saldano con i prolungamenti di quelle
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appartenenti alla serie interna. In tal modo si formano le trabecole in cui sono contenute le cellule mucose, (tav. IV fìg. 15, cs)
I caratteri degli elementi istologici sono gli stessi che nella Sepia offlcinalis.
Funzione. La gran quantità di muco vischioso, filante, opalino che lubrifica le pareti interne dell' imbuto è segregato dall' organo, che forma oggetto di questo studio, come dimostra la sua struttura; ma per convincersene basta immergere l' animale in un liquido acido, per esempio nell' acido cromico, e dopo qualche tempo in acqua. Avviene allora, che a misura che 1' acqua penetra nell'organo, ha luogo da questo la fuoriuscita di una gran quantità di sostanza coagulata, la quale restando aderente sopra la faccia esterna di esso, vi forma come una ricca frangia. Questa sostanza, se è tenuta an- cora in acqua per qualche altro tempo, ridiventa vischiosa e filante, e se poi è rimessa in alcool a 90° o in liquido acido, si coagula di nuovo; mentre, trattata con emateina, con verde di metile e con liquido di Biondi, si comporta come il muco degli altri molluschi. Non si può dunque mettere in dubbio , che 1' organo dell' imbuto segrega muco.
Si dibatte nel campo fisiologico ed istologico la quistione, se il muco si debba alla diretta attività del protoplasma cellulare ovvero ad una trasformazione di esso. Lasciando da parte tale questione, che e per la sua natura e per lo stato presente delle nostre cono- scenze non mi sembra suscettibile di una soluzione, mi limito ad esporre brevemente alcune o-sservazioni sopra la produzione del muco.
La cellula mucosa è dapprima interamente riempita di proto- plasma finamente granuloso, che si tinge in rosso pallido col liquido di Biondi e non prende tinta azzurra né da questo colorante né dal verde di metile. Quindi si ingrossa, il protoplosma aumenta ed è ancora finamente granuloso, ma in seguito le granulazioni inco- minciano a diventare scarse ed il contenuto cellulare prende aspetto omogeneo; contemporaneamente la colorazione da rosso passa gra- datamente all' azzurro. La colorazione azzurra manifesta la comparsa del muco, ma resta sempre incerto , se esso si debba ad attività o trasformazione protoplasmatica. Comunque sia, avviene che forman- dosi sempre nuovo muco la cellula cresce e divaricando le due cel- lule di sostegno, fra le quali è compresa, affiora alla superficie esterna dell'organo, ove si apre. La cellula aperta, che contiene il nucleo, il protoplasma e del muco, continua a vivere ed a fun- zionare.
Le cellule poste negli strati interni dell' organo sono deputate a sostituire quelle, che hanno perduta la facoltà secernente; costituì-
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scono un materiale di riserva destinato a riparare alle perdite, che 1' organo è soggetto a subire.
IV. Sviluppo.
Già molto tempo prima, che abbia luogo la saldatura dei lobi, i quali formano l'imbuto, esiste l'accenno dell'organo.
Le cellule epiteliali, che rivestono la parete interna dell'imbuto secernono del muco. Quelle di esse, le quali si trovano nella re- gione, che dovrà essere occupata dall' organo , proliferano rapida- mente.
Tale proliferazione dà prima luogo alla formazione di due strati cellulari, di cui 1' esterno è fatto di cellule allungate, cilin- driche, e l' interno di cellule poligonali, (tav. IV fìg. 16 e 17;. Le cellule esterne sono coperte di uno spesso strato di muco. Questo primo stadio è quello osservato da Malcolm Lauri e, il quale però forse a causa del materiale non opportunamente preparato ne dette un cattivo disegno ed una incompleta descrizione, e non notò la esi- stenza dello strato cellulare inferiore.
La proliferazione intanto continua attivamente e forma un cu- mulo di cellule rotonde disposte in tre o quattro strati (tav. IV fìg. 18 e 19). Le cellule, che costituiscono lo strato esterno sono alquanto allungate, e spalmate di un leggiero strato di muco : le altre sono rotonde, più o meno compresse fra di loro, hanno un grosso nucleo ricco di cromatina e nello stato di attività.
Formatisi tre o quattro strati cellulari, la proliferazione cessa, ma le cellule ingrandendosi e comprimendosi vicendevolmente ten- dono a prendere forma poligonale, (tav. IV fìg. 24).
L' organo intanto ha presa la sua forma tipica ed è avvenuta la saldatura dei lobi dell'imbuto. Contemporaneamente le cellule in- cominciano a differenziarsi per dare origine agli elementi istologici, che compongono la glandola, mentre la reazione col liquido di Biondi e col verde di metile incomincia a farvi scoprire la pre- senza del muco (tav. IV fìg. 22).
Alcune cellule si allungano secondo la spessezza dell' organo e si dispongono in serie. Le più esterne diventano piriformi, mentre quelle degli strati interni prendono la forma di bastoncelli; quindi si incontrano e formano un solo elemento. Nella fìg. 22 si possono osservare diversi stadii di questo processo di formazione ed alcuni elementi allungati, piriformi, in cui si nota la presenza di più nu- clei, i quali rivelano la origine di essi dalla fusione di più cellule.
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Sono questi elementi che danno origine alle cellule di sostegno, (tav. IV flg. 21).
Nel medesimo tempo altre cellule le quali si trovano sparse in tutta la spessezza dell' organo, si ingrossano e danno origine alle cellule secernenti. Esse restano sempre isolate e man mano, che la struttura della glandola si complica, vengono ad essere incastonate fra le cellule di sostegno e le loro ramificazioni.
Le figure 22, 21 e 20 successivamente esaminate fanno cono- scere meglio di qualunque descrizione il processo formativo del- l' organo.
V. Conchiusioni.
La comparsa dell' organo dell' imbuto anche prima che questo sia conformato dimostra, che ci troviamo dinanzi ad una formazione arcaica, come già notò il Malcolm Laurie. Non è però del pari esatta l' altra asserzione del medesimo autore, che sia, cioè, un organo embrionale destinato a ridursi e scomparire con 1' età, poi- ché non solamente la sua presenza si è constatata negli adulti, ma inoltre vi prende un considerevole sviluppo, mentre si complica la sua struttura e persiste la sua funzione.
Quest' organo è senza dubbio una glandola mucosa, la quale ha molta simiglianza di struttura con le glandole a muco descritte nel mantello dei prosobranchi. Veramente il processo di formazione non è simile a quello, che ha luogo nello sviluppo di una glandola; in- fatti non si ha né una introflessione, né una estrofiessione, ma una proliferazione epiteliare. Però, se si considera che questo è un pro- cesso rapido ed abbreviato degli altri due, non si scorgerà alcun an- tagonismo fra la funzione, la struttura dell' organo e il suo sviluppo.
La presenza di una glandola mucosa nell' imbuto dei cefalopodi fa sorgere spontanea la domanda: questa glandola è omologa alle glandole pedali descritte in altri molluschi? Qui trovo necessario dare qualche notizia sopra il valore morfologico dell' imbuto. Vi sono due opinioni. Secondo Huxley (1) seguito poi da Grenacher (2) e recentemente da Pelseneer (3) l'imbuto sarebbe omologo al-
(1) Huxley Tu. H. On the Morphology of the Cephalous Mol- lusca Phil. Trans. 1852.
(2) Grenacher IL Zur Entwickelungeschichte der Cephalo- p ode n. Zeilschr. f. wiss. Zool. Bd. XXIV, 1874, p. 478.
(3) Pelseneer. P. Sur l'epipodium des Mollusques. Bull. Scient. de la Franca ci du Belgique /88S. 1890. 1891.
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l' epipodium: invece' secondo Lankester (1) e Thicle (2) sarebbe parte del podium. Huxley non addusse nessuna valida ragione a favore della omologia da lui proposta, e Grenacher seguì 1' opi- nione del naturalista inglese senza suffragarla di nessuna prova. Pelseneer ha cercato dimostrare la natura epipodiale dell'imbuto; ma il suo ragionamento , a dire il vero, non è fondato sopra fatti positivi, né è avvalorato dalle conoscenze che presentemente si hanno sopra i rapporti dell' imbuto col resto del corpo e sopra il suo svi- luppo. T hi eie ha, almeno in parte, ribattute le prove messe in- nanzi da Pelseneer ; ma bisogna convenire che il valore morfo- logico dell'imbuto è ancora subjudice. Non posso qui trattare la quistione, la quale è di grande importanza, né può essere svolta senza il corredo di molte dimostrazioni; ma riserbandomi, di pub- blicare in altro lavoro le mie osservazioni, non posso esimermi ora dall' annunziare il risultato delle mie ricerche sopra 1' argomento. Lo studio dei rapporti, che l' imbuto ha col capo, con le braccia e col restante del corpo, la innervazione e principalmente lo sviluppo mi hanno forniti dati sicuri per farmi ritenere, che V imbuto non è omologo air epipodium, ma insieme con le braccia rappresenta nei cefalopodi il podium.
Ora, data la precedente omologia, ne consegue l' altra della glandola dell'imbuto con le glandole pedali degli altri molluschi. Anzi considerando, che quella glandola è indubbiamente una for- mazione arcaica , a me sembra che la sua presenza possa anche deporre a favore della natura pedale dell' imbuto. Infatti, messa da parte l' idea, che si tratti di una formazione secondaria, la esistenza di una glandola nell' imbuto costituisce un dato non disprezzabile nello stabilire il valore morfologico di quest'organo, poiché finora si conoscono glandole pedali ma nessuna glandola epipodiale. Sa- rebbe veramente strano , che questa si trovasse soltanto nei cefa- lopodi !
Mi pare dunque di poter mettere termine a questo mio lavoro con la conchiusione : l'organo dell'imbuto (Verrill's organ, Miiller's organ o Trichterorgan) è una glandola mucosa da con- siderarsi omologa alle glandole pedali degli altri molluschi.
(1) Lankester E. Mollusca — Art. in Encicl. p. 664. Cephalopoda.
(2) Thiele J. Die Stammes verwandtschaft der Mollusken. Jen. Zeitschr. f. Nalurwis. Bd. XXV, p. 511. 512; e Beitràge zur K ennt- nis der Mollusken Zeitschr. f. wiss. Zool. Bd. LUI p. 583 ecc.
— (•)()
Spiegazione delle figure
Fig, 1. Organo dell'imbuto di Tr. violaceus l). Oh.
« '2. n n » Enoploteuthia margaritifera, Rùpp.
» :i. » ii » Sepia officinalis, Lin. .
» 4. » « n Sepiola rondateti, Gesner.
» 5. « » » Argonauta argo, Limi.
« 8. » » » Scaeurgii8 tetracirrua, 1). Oh.
i) 7. » » » Ocythoe tuberculata, Risso.
» cS. H » » Octopus vulgaris. Lam.
» 9. Una cellula mucosa cm , contenuta fra due cellule di sostegno
rs, CU. IO. Idem. Il 11. Idem.
i) L2. Idem.
» L8. Un tratto del pezzo ventrale appartenente all'organo dell'imbuto della Sepia officinalie.
» il. Sezione dell'organo dell' imbuto in S. officinalie cm. cellula mucosa, os, cellula <li sostegno, /».. nuclei,. Ingr. 400.
» 15. Sezione dell'organo dell'imbuto in Tremoctopus violaceus, D. Ch.: citi, cellula mucosa; cs, cellula <li sostegno. Ingr. 400.
» n;. Imbuto <li embrione dì Sepia con il primo stadio dell'organo mu- coso. Ingr. L50.
)■ 1.7. Idem. Ingr. 400.
» 18. Imbuto «li embrione «li Sepia officinalis con altro stadio dell'orge
no mucoso. Ingr. 1~>0. 11). Idem. Ingr. '100.
» 20. Sezione di organo dell' imbuto di una piccola S. officinalis presso
a schiuderò : nn , cellula mucosa ; e* , cellula di sostegno.
Ingr. 400. » 21. Sezione di organo dell'imbuto di una Sepia officinalis più giovane
della precedente. Ingr. 400. « l"j. Sezione di organo dell'imbuto di una S. officinalis più giovano
della precedente. Ingr. 400, a 'J:t. Cellula mucosa dell'organo dell'imbuto di una Sepia ollìeinalis ,
adulta, in attività «li funziono. « 24, Sezione «li organo dell'imbuto appartenente ad un embrione di S. officinalis. Inarr. 400.
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Dell' azione del veleno del bacillus tetani associato coi prodotti di coltura di alcuni microrgani- smi patogeni e non patogeni. — Contributo spe- rimentale del socio D. B. Roncali.
(Tornata 2 luglio 1893)
Introduzione.
Alle classiche ricerche del Brieger si deve la conoscenza che il bacillo del tetano è dotato del potere di elaborare sostanze emi- nentemente tossiche, alle quali è dovuta tutta la sintomatologia del tetano umano. Il Brieger (1) lavorando su colture impure di questo microrganismo , giunse per via chimica a isolare da esse la teta- notoxina, la tetanìna, la spasmotoxina e il clor idrato di tetano - toxina , e dalle colture fatte coli' edema e coi pezzi di muscoli tolti dal braccio amputato di un tetanico, V ammoniaca e la teta- nìna (2). Secondo il Brieger queste appunto erano le sostanze che nell'uomo determinavano i sintomi tetanici.
Dopo che Kitasato (3) riuscì ad ottenere colture pure del ba- cillo del tetano, pensò di accertarsi se in esse si contenevano le sostanze trovate dal Brieger, quindi insieme con Weyl (4) se- guendo le orme tracciate dal primo, giunse con metodi chimici assai complicati ad isolarne due basi, la tetanìna in quantità notevole e traccie di tetanotoxina.
Questa via chimica però non conduceva esattamente allo scopo, tanto per ragione de' mezzi troppo complicati per giungere al fine, quanto perchè il veleno del tetano, subendo tutti que' processi chi- mici adoperati dal Brieger, veniva a perdere di molto della sua naturale tossicità. Infatti Kitasato e Weyl osservarono che le basi isolate dalle colture pure in brodo del bacillo del tetano erano dotate di un potere assai poco tossico e affatto incapaci a spiegare l'energia de' sintomi che si verificano nell'uomo in preda a tetano. La tetanotoxina era mestieri venisse adoperata in quantità notevo- lissime perchè potesse provocare le convulsioni, e la spasmotoxina non dava che paralisi. In base a ciò gli autori conclusero che il vero veleno del tetano era necessario si cercasse altrimenti.
Contemporaneamente a questi fatti Kund Faber (5) notò che passando per il filtro di Chamberland le colture di tetano cre- sciute in brodo, si otteneva un liquido che inoculato in debole quan- tità nel connettivo sottocutaneo degli animali o entro le vene,
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uccideva con la classica sintomatologia del tetano. Di più osservò che questo veleno era da considerarsi una diastasi assai analoga al principio del jequirity.
I risultati di Kund Fa ber vennero immediatamente confer- mati da Tizzoni e Giuseppina Gattani (6) che trovarono che la precipitazione coli' alcool modificava le toxine elaborate dal ba- cillo del tetano nella gelatina, una volta filtrate ; e che questo tos- sico non si produceva nel brodo, e non dializzava, ciò che permise loro di isolarlo allo stato solido. In quanto alla sua natura essi am- misero trattarsi di una diastasi, e videro che resiste poco all'azione della temperatura e che aveva un' azione elettiva sul sistema nervoso.
Brieger e Fr'ànkel (7) studiarono il veleno del bacillo di Loeffler e trovarono che la toxina di questo microrganismo può comprendersi nella grande classe degli albuminoidi. Avendo poi lo stesso ordine di ricerche esteso ai veleni del bacillo del tifo, del colera asiatico , del bacillo del carbonchio e di quello del tetano, poterono convincersi che anche questi microrganismi producono nel terreno di coltura e nell' organismo da essi invaso sostanze tossi- che, derivate dagli albuminoidi, dette toxialbumine.
Vaillard e Vincent (8) osservarono che il filtrato delle col- ture del bacillo del tetano che aveva vegetato in brodo per 18 a 20 giorni, iniettato, si comportava nella maniera istessa come i bacilli, e che bastava 1/1000 di e. e. per uccidere una cavia e VIOOooo di e. e. per dar morte a un topo. Osservarono pure che 1' alcool non scio- glieva il veleno del tetano, ma solo lo precipitava, e inoculato il precipitato si mostrava attivissimo ; di più questa sostanza dializ- zava con una certa lentezza. In base a tutto questo gli autori con- clusero che il veleno del tetano era da considerarsi una diastasi e non una toxalbumina.
Anche Kitasato (9) studiò il filtrato delle colture pure del ba- cillo del tetano e si convinse che per avere il massimo d'intensità dei fenomeni era necessario che il brodo fosse di reazione neutra o leggermente alcalina e di fresco preparato. Di più si vide che la cavia era l'animale più sensibile all'azione di questo veleno e che inoculando organi e muscoli di animali così tetanizzati si ottene- vano risultati negativi ; invece inoculando sangue e transudati si aveva tetano, ciò che direbbe che il veleno si localizza solo nel san- gue. In ultimo Kitasato studiò l'azione degli agenti fisici e chi- mici sul veleno del tetano. Importanti lavori sull'argomento, oltre i menzionati, scrissero ancora San felice (10), e Vaillard e Rouget (11).
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San felice (12) dimostrò che la toxina del tetano è talmente attiva che la sua dose mortale è assolutamente imponderabile.
Dalle ricerche dei suddetti autori risulta che il bacillo del te- tano è un microrganismo eminentemente tossico e che la sua azione patogena è legata al veleno che esso secerne nell' organismo che avrà invaso, veleno che è perfettamente identico a quello che ela- bora in vitro.
I risultati esposti, e il fatto che la tetanoxina non viene mai decomposta dai germi anaeorobi del terreno che potessero trovarsi in compagnia di quelli del tetano nelle colture ; non che le recenti osservazioni cliniche e sperimentali sulle associazioni microbiche del Klein (13), dello Strelitz (14), del Barbier (15) del Lier- mann (16), del Vincent (17), dello Schrieder (18), del Babés (10), e di altri, mi suggerirono l' idea di vedere come mai si sarebbe comportata l' infezione tetanica, quando io V avessi provocata in un organismo in cui contemporaneamente avessi inoculato un prodotto di un altro microrganismo, o l' avessi generata in un animale in preda ad altre affezioni o intossicazioni bacteriche, e ciò allo scopo di spiegare, per quanto fosse possibile, come mai talvolta nell' uomo il tetano assuma un decorso acutissimo, ed altre volte subacuto o cro- nico ; se questi fatti insomma siano legati in qualche modo ad una intossicazione doppia.
D' altra parte in un lavoro precedente intorno all' azione reci- proca di alcuni microrganismi patogeni rispetto al bacillo della tu- bercolosi; aveva osservato oltre che in vitro, anche negli animali, un certo antagonismo fra i bacilli della tubercolosi e quelli del car- bonchio (20).
Questo antagonismo fra tubercolosi e carbonchio, per altra via, osservato anche dal Perroncito (21) e dal Bockenham (22), ol- tre le cose dette innanzi mi fece sorgere il desiderio di accertarmi se anche per il bacillo del tetano si potessero verificare fatti iden- tici, se nell' animale o fuori si potesse in qualche maniera giungere a neutralizzare od attenuare il veleno del bacillo del tetano, tanto inoculando nell' animale i prodotti solubili di vari microrganismi prima di inoculare il bacillo del tetano o il suo prodotto, quanto facendo vegetare sullo stesso terreno di nutrizione vari microrga- nismi insieme con quello del tetano.
Metodi di ricerca.
Per studiare 1' azione de' prodotti solubili del bacillo del tetano associati a quelli di alcuni microrganismi patogeni e non patogeni,
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ho messo in pratica questi metodi. In tubi di vetro ad U, della ca- pacità di 80 crac, e di 2 c.m di diametro, poneva un grosso tam- pone di ovatta molto compatto nella curvatura, allo scopo di evitare il passaggio dei bacilli da una branca nell' altra, e due altri tam- poni alle estremità. I tubi, dopo sterilizzati per due ore, si riempi- vano di agar fino a 3 cm. dall' apertura. Per facilità dei metodi e per evitare l'inconveniente della liquefazione della gelatina per opera del fermento de' fondenti, ho adoperato sempre 1' agar-agar. Steri- lizzati i tubi ; appena risolidificato 1' agar, innestava in una delle branche il bacillo del tetano. I tubi poscia chiudeva nel termosta- to a 37° C, e trascorsi 7 giorni , innestava sulla superficie della branca dove vegetava il bacillo del tetano quel microrganismo, l'a- zione del cui prodotto associato con quello del bacillo del tetano voleva studiare, e teneva nuovamente in istufa la coltura per altri 14 giorni. Al 14° giorno dalla branca sterile del tubo adt U con una palettina di platino sterilizzata tagliava un frammento di agar dalla superficie e lo inoculava sotto la cute di una cavia o di un coniglio.
Per accertarmi che V agar della branca del tubo ad U dove non avevano vegetato microrganismi era rimasto sterile, dal pezzo di agar destinato all'inoculazione, prendeva un frammento che poneva nel fondo di un tubo con agar fuso e che poscia esaminava al terzo giorno; ovvero infliggeva ripetutamente l'ago nella branca sterile e poscia faceva l' innesto nei tubi con gelatina di fresco preparata.
Prima di fare l'inoculazione, non ho mai trasandato l'esame bacteriologico del bacillo del tetano e'del microrganismo costretto a vivere in sua compagnia, rilevando come il soggiorno sui terreni impregnati di tetanotoxina non aveva nociuto alla vita di quei mi- crobi da me adoperati; poiché questi, se si voglia eccettuare il ba- cillo della tubercolosi, che sui terreni impregnati di tetanotoxina vegeta assai debolmente, si sviluppano tatti normalmente ; e dall'es- sere stati costretti a vivere sui terreni impregnati coi prodotti del bacillo del tetano non avevano risentito danno né morfologicamente né biologicamente, ma solo si erano modificati nelle loro proprietà patogene, come sarà detto in appresso ; poiché tanto questi micror- ganismi, quanto lo stesso bacillo del tetano, sia ne' preparati colo- rati, sia trasportati sopra nuovi terreni di nutrizione, si comportavano nella maniera solita, come se avessero vegetato ognuno per sé.
Morto l'animale da esperimento e sezionato, si faceva l'esame bacteriologico del sito d' inoculazione , del sangue e degli organi; indi dal sito d'inoculazione e col sangue cardiaco e splenico si fa- cevano innesti in tubi con agar fuso, secondo il metodo del San-
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felice adoperato per gli anaerobi, tubi che si esaminavano al 3° giorno.
Le mie ricerche comprendono le quattro parti seguenti:
I. Dell' azione associata del prodotto solubile del bacillo del telano con quelli di altri microrganis?ni patogeni e non patogeni.
II. Del comportamento del bacillo del telano allorquando penetra secondariamente in un organismo la cui resistenza fisio- logica è diminuita o per infezione o intossicazione bacterica pre- cedente, ovvero per altra causa.
III. Delle modificazioni che presentano i microrganismi pa- togeni e non patogeni quando sono obbligati a vivere sopra ter- reni impregnati di tetanotoxina.
IV. Negli organi e nel sangue degli animali morti in se- guilo air inoculazione del prodotto del bacillo del telano combinato insieme con quello di un altro microrga?iismo ; conservano i due prodotti di coltura la stessa proprietà di uccidere in brevissimo tempo ?
I microrganismi da me adoperati sono in numero di quaranta. Gli animali usati in queste esperienze ascendono a 804 cavie e 50 conigli. Nel corso del lavoro darò maggiori particolari intorno alle modalità della tecnica.
Parte I.
Azione associata del prodotto solubile del bacillo del tetano con quelli di altri microrganismi patogeni e non patogeni.
1° Staphylococcus pyogenes aureus, S. pyogenes albus, S. pyo- genes lenuis, S. pyogenes citreus, Staphylococcus cereus flatus, Streptococcus, erysipelatosus, S. pyogenes, S. septicus liquefaciens, Micrococcus tetragonus, B. pyocyaneus.— Frammenti di agar impre- gnati de' prodotti del bacillo del tetano e di uno de' microrganismi su nominati vengono inoculati in cavie ed in conigli. Le cavie che sono state inoculate coi prodotti del bacillo del tetano associati coi prodotti dello stafilococco aureo, dello stafilococco albo, dello stafi- lococco piogeno tenue, dello streptococco dell' eresipela, dello stre- ptococco piogeno e del bacillo del pus verde muoiono dopo 14 a 16 ore ; quelle invece inoculate coi prodotti del bacillo del tetano as- sociati con quelli dello stafilococco piogeno citreo, del cereo flavo e del micrococco tetragono soccombono dopo 18 a 20 ore dall'ino- culazione.
Tutti gli animali muoiono con sintomi tetanici. La alterazioni
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anatomo- patologiche che si riscontrano alla sezione sono : chiazza emorragica al sito dell' inoculazione ; quasi sempre edema gelatinoso nel sottocutaneo, specialmente in corrispondenza della regione ad- dominale ; iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del fegato e della milza.
I risultati che si osservano nei conigli poco differiscono dai pre- cedenti. Si sa che i conigli adulti non sono tanto suscettibili al te- tano, mentre i giovani si comportano verso questa infezione come le cavie. Infatti i frammenti di agar impregnati coi prodotti del bacillo del tetano e con quelli di uno de' microrganismi su nominati, fecero soccombere i conigli giovani fra le 14, 16, 18 e 20 ore; in- vece i conigli adulti morirono tutti in preda a contrazioni tetaniche al 3° 4° e qualcuno anche al 5° giorno dopo l' inoculazione. Anche qui 1' esame necroscopico concorda con quello descritto per le cavie.
Si deve ammettere in questo caso 1' azione di un nuovo prodotto chimico elaborato in vitro dai due microrganismi, che inoculato dia questa morte repentina? Ovvero si deve pensare che questa morte sia il risultato di un' intossicazione doppia per parte dei due pro- dotti, i quali penetrati nell'organismo animale agiscano indipenden- temente r uno dalV altro sommandosi però ne* loro effetti ?
In appresso sarà dimostrato che non trattasi di un nuovo pro- dotto chimico, e che invece è mestieri ammettere che i due pro- dotti agiscano separatamente V uno dall' altro sommandosi nella loro azione.
Questa prima serie di esperienze controllai inoculando separa- tamente il prodotto di ciascuno de' microrganismi già detti. Le cavie inoculate co' prodotti isolati dello stafilococco piogeno aureo e dello stafilococco piogeno albo morirono dopo 5 giorni, ed alla necrosco- pia trovai : chiazza emorragica e raccolta purulenta al sito d'inocula- zione, scarso essudato siero-sanguinolento nel connettivo sottocutaneo muscoli un po' arrossatati , organi iperemici e putrefazione precoce del cadavere. I prodotti dunque dello stafilococco aureo ed albo, al- lorquando s'inoculano sotto la cute negli animali, uccidono per in- tossicazione, e nel sito d'innesto danno luogo a pus. La facoltà piogena de' prodotti delle colture dello stafilococco aureo ed albo è stata già osservata dal De Christmas (23) e dal Nannotti (24).
Gli animali che erano stati inoculati separatamente coi prodotti elaborati dallo stafilococco piogeno tenue, piogeno citreo, cereo flavo, streptococco settico liquefaciente, streptococco piogeno, streptococco dell'eresipela, micrococco tetragono e bacillo del pus verde, morirono tutti assai dimagriti dopo 12, 16 e più giorni. La necroscopia non rilevò altro che un emaciamento notevolissimo, una vera cachessia.
Tengo a dichiarare che i microrganismi adoperati in queste ri- cerche, meno qualcuno, erano tutti attenuati ; fatto che mi spiega il perchè i loro prodotti inoculati soli si mostrarono pochissimo at- tivi, come potei verificare per il prodotto dello streptococco del Fehleisen, quantunque si sappia per le ricerche di Manfredi e Traversa (25) che i suoi prodotti siano eminentemente tossici.
Queste ricerche non avendo per iscopo lo studio dell' azione dei prodotti de' singoli microrganismi, non si trarrà nessuna conclusione ad essa riferentesi.
2° Bacillus cuniculicìda, B. cavicida, B. cholerae gallinarum, B. anlhracis, Dìplobacìllus salivarius sepiicus Fioccae, Pneumo- coccus Frànlielì. — Il prodotto solubile del bacillo del tetano asso- ciato con quello di uno di questi microrganismi uccide in brevissimo tempo. Gli animali che sono stati inoculati coi prodotti del bacillo del carbonchio o di quello della setticoemia de' conigli o della set- ticoemia delle cavie o del. diplococco di Frànkel muoiono con sin- tomi tetanici dopo 12 a 14 ore; quelli invece inoculati coi prodotti del tetano in unione con quelli del diplobacillo salivano settico del Fiocca e del bacillo del colera de' gallinacci soccombono dopo 16 a 18 ore. Anche in questa serie di esperienze si nota che la morte degli animali avviene con sintomi tetanici.
Le alterazioni anatomo-patologiche sono quasi uguali alle pre- cedenti, se si eccettuino le cavie inoculate col tetano e col carbon- chio, in cui troviamo un copioso edema gelatinoso-sangninolento nel sottocutaneo particolarmente in corrispondenza del sito d* inocula- zione ; e quelle inoculate col tetano e col diplococco di Frànkel e col tetano e col pneumobacillo salivano settico del Fiocca, in cui oltre la chiazza emorragica al punto dell' inoculazione e l' ipe- remia dei vasi cutanei, troviamo un edema gelatinoso-sanguinolento non molto abbondante nel connettivo sottocutaneo ed un' iperemia di quasi tutti gli organi.
Si inoculano allora altri animali coi prodotti di uno solo degli anzidetti microrganismi, e si osserva che le cavie che erano state ino- culate separatamente col prodotto del bacillo della setticoemia dei conigli, di quello della setticoemia delle cavie e del bacillo del co- lera de' polli, muoiono dopo 8 o 10 giorni. La loro sezione non mo- stra nulla di notevole.
La cavia inoculata coi prodotti del diplobacillo salivano settico del Fiocca muore dopo 48 ore dall'inoculazione. Si esaminano il sangue e gli organi e non si trova alcun microrganismo ; anche il risultato degli innesti in agar fuso è stato negativo. La sezione, meno la chiazza. emorragica e 1' edema gelatinoso-sanguinolento pochissimo
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copioso nel punto dell' inoculazione, non ha fatto rilevare altro. Ho ripetuto le esperienze coi prodotti di questo microrganismo virulen- tissimo, ottenendo costantemente la morte dopo 48 a 50 ore dalla inoculazione.
Ho adoperato i prodotti di coltura del diplococco di Frank el dopo aver fatto vegetare questo microrganismo in fucus e tenendolo per 10 giorni in istilla a 37° C. Ho inoculato col fucus impregnato parecchie cavie, che mi sono morte tutte di tossicoemia fra le 24 e le 26 ore. Il diplococco virulentissimo 1' aveva isolato da un co- niglio morto dopo 36 ore di setticoemia salivare. Nel sangue e negli organi all' esame microscopico non si trovò nulla, ed anche le col- ture fatte cogli organi risultarono negative. In questo caso le alte- razioni anatomo-patologiche riscontrate sono quasi identiche a quelle date dal diplobacillo salivano settico del Fiocca.
Gli animali morti in seguito all' inoculazione dei prodotti di col- tura di bacillo del carbonchio virulentissimo non mostravano alcuno dei caratteri dell' infezione carbonchiosa tipica. La morte avviene sempre all' 8°, 9°, 10° e talvolta anche 11° giorno dopo l'inoculazione, L' esame necroscopico ha rilevato la presenza di un po' di edema gelatinoso-sanguinolento nel connettivo sottocutaneo in corrispon- denza del sito d'inoculazione, non che una considerevole chiazza emorragica nello stesso luogo. Aperta la cavità addominale, si è tro- vato il fegato e la milza iperemici, il restante degli organi normali. Anche gli organi toracici erano normali. L' esame dell' edema sot- tocutaneo e quello del sangue degli organi non ha rilevato la presenza di alcun microrganismo, e gli innesti coli' edema e col sangue in agar sciolto dimostrarono anch' essi assoluta mancanza di bacilli del carbonchio.
3° Bacillus muvicida, Bacillo del mal rosso dei suini, Bacillo della peste dei suini. — Coltivati i fattori delle setticoemie emorragi- che sui prodotti del bacillo del tetano e poi inoculato l'agar impregna- to dei prodotti loro e di quelli del bacillo del tetano si ottiene la morte dell'animale per tossicoemia doppia. Gli animali inoculati coi pro- dotti associati del bacillo del tetano con quelli del bacillo della setti- coemia dei topi e del mal rosso dei suini muoiono dopo 16 a 18 ore di tossicoemia con sintomi tetanici ; quelli inoculati coi prodotti del tetano e con quelli del bacillo della peste de' maiali muoiono dopo 18 a 20 ore. La sintomatologia e le alterazioni anatomo-patologiche sono identiche alle già descritte. Gli animali nel cui connettivo sot- tocutaneo sono stati introdotti frammenti di agar impregnati coni prodotti solubili de' singoli soccombettero molto dimagriti fra i 10 e i 12 giorni.
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4.° Viàrio cholerae asialicae, V. Bertelli, V. Metschnihovì, V. Millerì, V. Finkler'i et Priori. — Coi prodotti dei microrganismi del gruppo del colera associati con quelli del bacillo del tetano si •ottiene morte celerissima negli animali. La morte delle cavie av- viene dopo 14 a 16 ore in quelle inoculate coi prodotti del tetano associati con quelli del vibrione del colera asiatico e del vibrione di Metschnikoff, e dopo 18 a 20 ore in quelle che erano state inoculate coi prodotti del bacillo del tetano associati con quelli dello spirillo del formaggio, dello spinilo del colera nostras e del vibrione di Miller. La sintomatologia e 1' esame post morlem sono identici ai già descritti. Gli animali inoculati col prodotto del vibrione di Koch e con quello del vibrione di Metschnikoff muoiono dopo 5 •o 7 giorni ; quelli inoculati coi prodotti degli altri vibrioni soprav- vivono.
5.° Pneumobacillus Freidl under i, Bacillus iypfiy abdominalis, Bacterium coli commune, Bacillus neapolitanus, Bacillus pseudoe- dematis maligni. — I prodotti del bacillo del tifo, del pneumobacillo idi Friedlànder e del bacillo del pseudoedema maligno, allorquando s'inoculano in cavie associati coi prodotti del bacillo del tetano, le uccidono con sintomi tetanici dopo 14 a 16 ore; quelli invece del ba- cillo delle feci e del bacterium coli commune associati con quelli del bacillo del tetano uccidono gli animali dopo 16 a 18 ore. I pro- dotti del pneumobacillo e del bacterium coli commune lasciarono gli animali in vita dopo l'inoculazione; quelli invece del tifo, del bacillo delle feci e del bacillo del pseudoedema maligno , verso il & o l'8° giorno dopo l'inoculazione, produssero nelle cavie un grosso ascesso, che inciso dette esito a pus che messo a coltura si mostrò, ■sterile. Del resto già il Frànkel (26), l'Achalme (27), il Tavel (28) e il Valentini (29), ebbero ad osservare in clinica suppura- zioni intercorrenti in casi di tifo e dovuti al bacillo di Eberth, e 1' Orlow (30), il Colzi (31), il Moscatello (32), ed il Burci (33), poterono mediante esperienze convincersi che realmente il bacillo del tifo è dotato di proprietà piogene. Nulla di strano quindi che anche il suo prodotto sia fornito di tali proprietà.
6.° Bacillus luberculosis, B. mallei, B. diphteriae, Streptotrix violacea.— -Oli animali inoculati coi prodotti del bacillo del tetano associati con quelli del bacillo della tubercolosi , del bacillo della morva e della streptotrix violacea muoiono fra le 20, le 24 o le 26 ore dopo l' inoculazione; quelli inoculati coi prodotti del tetano in associazione con quelli del bacillo della difterite muoiono dopo 12 & 14 ore per intossicazione e in preda a convulsioni tetaniche. La sezione degli animali rivela: in tutti una chiazza emorragica al sito
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dell' inoculazione, edema gelatinoso-sanguinolento nel sottocutaneo assai scarso ed iperemia degli organi. Le cavie morte coi prodotti associati del tetano e del bacillo della difterite mostrano iperemia notevole dei vasi cutanei, chiazza estesissima al posto dell'inocula- zione ed un discreto edema gelatinoso sanguinolento nel sottocuta- neo della regione toraco-addominale ; di più iperemia di tutti gli organi, particolarmente del fegato e della milza. I prodotti solubili di questi microrganismi inoculati separatamente nelle cavie si rive- larono innocui , meno quelli della difterite , che uccisero dopo 36 a 10 ore.
7.° Bacillus prodigiosus, B. cyanogenus, B. violaceus, B. ìn- rlicus , B. fìuorescens liquefacìens , B. fìuorescens , Bacillo rosso dell' acqua.— 1 prodotti di coltura dei microrganismi non patogeni associati con quelli del bacillo del tetano uccidono di tossicoemia doppia con sintomi tetanici fra le 16, 18, 20 e 24 ore dopo l'ino- culazione. Le alterazioni necroscopiche non diversificano punto da quelle descritte a proposito degli altri gruppi. I prodotti di coltura dei non patogeni non sono tossici.
Tutte le esperienze testé riferite e comprese nelle sette serie- esposte innanzi si possono così compendiare : tutte le volte che il prodotto solubile del bacillo del tetano viene inoculato nell' organi- smo animale in associazione del prodotto di un microrganismo qual- siasi, sia esso patogeno o no, si ha la morto dell' animale con sin- tomi tetanici in uno spazio variabile dalle 12 alle 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 24, a 26 ore. E tutto questo dovuto alla formazione di un nuovo prodotto chimico risultante dalla combinazione dei due pro- dotti elaborati in vitro dai due microrganismi che hanno insieme vegetato ? Ovvero devesi al fatto che i due prodotti inoculati nel- 1' animale, abbiano agito indipendentemente l'uno dall'altro, ucci- dendo 1' animale per un doppio avvelenamento ? Questa ultima serie di ricerche serve a risolvere la questione.
Si innesta in sette tubi con agar il bacillo del tetano ed in altri settanta tubi il bacillo del carbonchio , il bacillo del pus verde , il prodigioso, lo stafilococco aureo, lo stafilococco albo, lo streptococco piogeno, lo streptococco dell' erisipela, il bacillo del tifo, il vibrione del colera asiatico ed il bacillo delle feci. Questi tubi , contenenti ciascuno un microrganismo , si lasciano per 7 giorni nella stufa a 37° C. Al settime- giorno nelle cavie si inoculano i prodotti del ba- cillo del tetano a destra e a sinistra il prodotto di uno de' micror- ganismi suddetti, e si nota che tutte le cavie così inoculate muoiono fra le 16 e le 20 ore , meno quelle inoculate coi prodotti del car-
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bonchio da una parte e del tetano dall' altra , che soccombono fra le 12 e le 14 ore.
Gli animali si sezionano e non si osserva altro che una chiazza emorragica ai siti dell' inoculazione, discreto edema gelatinoso-san- guinolento nelle cavie inoculate coi prodotti dello stafilococco aureo ed albo , bacillo del tifo , bacillo delle feci , bacillo del pus verde, vibrione del colera asiatico e bacillo prodigioso, in compagnia dei prodotti di quello del tetano; edema gelatinoso-sanguinolento abbon- dantissimo in quelli che col tetano erano stati inoculati coi prodotti del carbonchio; edema gelatinoso scarsissimo finalmente nel sotto- cutaneo di quelle che coi prodotti del tetano erano state inoculate con quelli dello streptococco della erisipela e dello streptococco piogeno. In ultimo, in tutti iperemia degli organi, e particolarmente del fegato e della milza: f esame microscopico e le colture risulta- rono negativi.
La conclusione dunque che si può trarre dalle esperienze della prima parte èia seguente: che allorquando capitano nell'organismo animale, insieme coi prodotti di coltura del tetano , quelli di altri microrganismi, sieno essi patogeni o non patogeni, si ha costante- mente la morte dell'animale per tossicoemia acutissima con sinto- mi tetanici.
Parte II.
Del comportamento del bacillo del tetano, allorquando pe- netra secondariamente in un organismo, la cui resistenza fisiologica è diminuita o per precedente infezione od in- tossicazione bacterica, ovvero per altre cause.
È noto che f infezione tetanica non sempre decorra in modo identico; la vediamo talvolta prendere un andamento cronico, altre volte decorrere in modo subacuto od acutissimo. Questi differenti decorsi della malattia sono fatti fortuiti, o sono essi legati alla re- sistenza maggiore o minore dell' animale colpito dall' infezione ; o alla natura della porta per cui è penetrato il bacillo ; o allo stato dei tessuti; ovvero finalmente all'azione associata de" germi che con quelli del tetano saranno penetrati nella ferita? Ciascuno di questi fattori al certo deve avere una parte non indifferente nell' evolu- zione del tetano spontaneo nell' uomo.
Baroffio e Sforza (33) nel loro trattato della chirurgia di guerra, compilato sopra la storia medico-chirurgica della guerra di secessione d'America, ci dicono che la massima parte de' casi di
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tetano acutissimo e mortale osservati in quella campagna erano do- vuti costantemente a ferite per arma da fuoco. Le ferite per arma da fuoco del cuoio capelluto , della colonna vertebrale , del dorso, dell' addome penetranti e non penetranti, dettero moltissimi casi di tetano in confronto delle altre ferite. « Fra i casi di ferite d' arma da fuoco delle estremità inferiori , non complicate da lesioni delle ossa, articolazioni, de' grandi vasi e de' nervi, si ebbero 117 casi di tetano, con 105 morti, o 90.5 per cento ». La percentuale, come si vede, è enorme! 11 professore Durante afferma di avere veduto nella guerra franco-germanica un numero considerevole di feriti per moschetto morire di tetano acutissimo. Che ciò sia dovuto in parte allo stato de' tessuti contusi e spappolati per la penetrazione del pro- iettile e di parti di vestito, cuoio, o bottoni delle uniformi trascinati dal proiettile, è ovvio. Infatti gli autori contano pochi casi di tetano consecutivi a ferite da arma incidente. Nelle ferite incise, il sangue fluendo copiosamente , trascina fuori dalla ferita ogni particella di terreno che si sarà introdotta, compiendo l'ufficio di un detersivo, laddove nelle ferite penetranti, il sangue scorrendo poco o non scor- rendo affatto, non riesce a disturbare per nulla 1' agente infettivo, il quale innicchiandosi nelle anfrattuosita del tessuto , e coadiuvato da tutti quei processi di riduzione e putrefazione consecutivi al- l'alterazione dei tessuti contusi e spappolati, manifesta la sua azione patogena con più energia.
L'influenza esercitata dall'alterazione de' tessuti nella patoge- nesi del tetano è stata in questi ultimi tempi oggetto di ricerche da parte di Vailard e Rouget Essi sono giunti a dimostrare che inoculando colture di tetano riscaldate per un' ora a 80° C. in pia- ghe superficiali e regolari ed in piaghe con solo scollamento di tes- suti , non si ottiene mai il tetano , poiché le alterazioni di tessuti così costituite non realizzano le condizioni propizie al germoglia- mento delle spore del tetano; all' incontro l' inoculazione di queste spore riscaldate , in tessuti necrotizzati , in tessuti ove esiste uno spandimento sanguigno od una frattura sottocutanea , dà origine a tetano che trae a morte dopo 12 o 20 ore che si saranno manife- state le contrazioni.
Un altro fattore che deve avere una parte non indifferente nel decorso dell' infezione tetanica, sono le associazioni microbiche, Già per alcune infezioni si è potuto dimostrare tanto clinicamente quanto esperimentalmente, che l' intervento così primario come secondario de' germi estranei ad un' infezione è un fatto gravissimo e mortale. Nella prima parte di queste ricerche è evidente l' azione che la tossina del tetano associata con quella di un altro microrganismo
esercita sull' organismo animale. Barbici*, in base di osservazioni cliniche, conclude: che la difterite dovuta al solo bacillo di Locffler spesso guarisce, ma se al bacillo di Locffler si associ lo strepto- cocco del Fehleisen, la malattia assume un decorso acutissimo ed uccide il più delle volte. Dello stesso avviso sono Roux e Yer- sen, Schrieder, Cornil e Babes (35) ed altri. Vincent (3G), aven- do osservato de' casi di tifo in cui al bacillo di Eberth si era as- sociato lo streptococco, ed avendo notato come questa associazione possa dare due forme di decorso clinico, a seconda che le strepto- cocco sia penetrato secondariamente al tifo o contemporaneameute ad esso , conclude : che queste associazioni sono sempre mortali, perchè l'organismo già indebolito ( prima forma) per l'avvelena- mento tifico, diventa incapace di resistere con successo all'assalto di un novello aggressore che apporta al primo il suo formidabile con- tingente specifico e morbifìco. La seconda forma è più terribile della prima e trae prontamente a morte, e l'autore la chiama una vera setticoemia slreptoiifìca. Negli animali l' infezione mista da strepto- cocco e bacillo del tifo provoca morte rapida preceduta da ipertermia, diarrea, in breve gli stessi fenomeni che si riscontrano nell' uomo. In base a queste osservazioni, in questa seconda parte delle mie ricerche mi propongo di vedere:
1° Come si comportano il bacillo del tetano o il suo pro- dotto , quando penetrano secondariamente in un organismo in preda a un'infezione o intossicazione primaria.
2° V azione che il bacillo del tetano o il suo prodotto eser- citano in un animale a cui, per inoculazione di infusi putridi di sostanze animali o vegetali o di pus, siasi diminuitala resistenza fisiologica del suo organismo.
3° Se nella cavia il traumatismo locale possa influire in qualche maniera sul decorso dell' infezione per tetano.
la Per la dimostrazione del primo quesito, si presero delle ca- vie alle quali si inocularono nel tessuto sottocutaneo , adoperando quattro animali per ogni microrganismo, colture pure di stafilococco piogeno aureo, di stafilococco piogeao albo, di streptococco dell' e- risipela, di bacillo del pus verde , di bacillo della setticoemia dei conigli, di vibrione del colera asiatico, di bacillo del tifo, di bacillo delle feci e di bacterinm coli communc; e al terzo giorno dell'ino- culazione della coltura pura di questi microrganismi, dopo essere stato infisso per tre volte 1' ago di platino sterilizzato in una coltura virulentissima di tetano, venne inoculato nel connettivo sottocutaneo di ciascuna cavia; non dimenticando di inoculare con tetano altre
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due cavie, che dovevano servire per controllo. Gli animali inoculati con bacilli del tetano o coi loro prodotti e che avevano ricevuto tre giorni avanti le colture pure de' microrganismi anzidetti soccombet- tero di tetano acutissimo fra le 16, 18, 20 e 22 ore; quelli invece che erano stati inoculati con soli bacilli del tetano morirono al terzo giorno.
Per le esperienze di Sanfelice si sa che se si inoculano bacilli di tetano in una branca di un tubo ad U e il tubo si tenga in istufa a 37° C, e al terzo giorno si infìgga l'ago di platino nella branca sterile di questo tubo e lo si pulisca nel connettivo sottocu- taneo di una cavia, 1' animale non muore, ma ammala di tetano cro- nico che porta per 20 a 25 giorni ; se lo stesso processo si fa al quarto giorno dacché la coltura di bacilli del tetano è stata nel ter- mostato, 1' animale porta la contrattura tetanica per 30 a 35 giorni. Pertanto ad animali in preda a questo leggero ^etauo sperimentale, si innestano sotto la cute al terzo, all'ottavo ed al decimo giorno, dopo che la malattia aveva esordito, le colture pure dello stafilo- cocco albo, dello streptococco dell'erisipela, del bacillo del tifo, del bacillo della morva, del pneumobacillo e del bacillo prodigioso. Dopo tre ore dell'inoculazione si visitano gli animali e si vede aumentato il plearostotono, ed accresciuta considerevolmente la loro sensibilità. Le cavie muoiono fra le 16 e le 18 ore dopo l' inoculazione. Le cavie che erano state inoculate coi soli prodotti del bacillo del tetano gua- rirono tutte dopo 20, 25, 30 e 35 giorni.
L'ultima ricerca venne istituita in cavie, alle quali erano stati prodotti ascessi sottocutanei. Se al quarto giorno dopo la mauifesta- zione dell' ascesso, si inoculano sotto la cute di queste cavie bacilli del tetano o soltanto prodotti, gli animali soccombono di tetano acu- tissimo nello spazio di 18, 20 a 24 ore. Pare dunque che tutte le volte che un animale si trovi in uno stato di diminuita resistenza da parte del suo organismo, in causa di un'infezione primitiva, e sopraggiunga un' infezione secondaria per tetano, 1' animale muoia di tetano acutissimo ; e tutte le volte che in un animale avvenga una infezione per tetano, e il tetano decorra cronicamente senza uccidere e poscii sopraggiunga un'infezione secondaria, l'animale muoia di tetano riacutizzato.
2° Ho istituito allora le seguenti ricerche. Entro a matracci ste- rilizzati e a metà pieni di acqua di fonte si misero de' pezzetti di carne ; i matracci poi vennero chiusi nel termostato a 37° C. Al 12° giorno questi infumi tramandavano un insopportabile fetore, quello caratteristico della putrefazione delle sostanze albuminoidi. Quest'in- fuso putrido si iniettò nel connettivo sottocutaneo di cavie nella quan-
tità di una siringa del Tursini piena in ciascuna e dopo 24 ore nel connettivo sottocutaneo degli stessi animali, si inocularono ba- cilli del tetano o soli prodotti solubili del tetano, meno in due cavie che erano destinate per controllo. Le cavie che avevano avuto 24 ore dopo l'inoculazione del liquido putrido, l'inoculazione de'bacilli del tetano o de' loro prodotti, soccombettero tutte di tetano acutis- simo fra le 12 e le 14 ore; quelle invece che avevano avuto soltanto l'iniezione del liquido putrido, sopravvissero.
Si ripetè l' esperienza adoperando gì' infusi de' vegetali ; e fra le 18 o le 20 ore, si ebbe la morte di quelle cavie che oltre all'ino- culazione de' liquidi putridi de' vegetali avevano avuto 24 ore dopo quella de' bacilli del tetano o de' loro prodotti ; mentre le cavie che avevano avuto soltanto l' iniezione de' liquidi putridi de' vegetali re- starono vive.
Si pensò di vedere allora se la diminuita resistenza dell' orga- nismo era solo da ascriversi all'azione de' soli prodotti solubili ov- vero anche alla presenza de' saprogeni. Dai lavori di San felice (37) sugli infusi putridi di carne e da quelli di San tori (38) sugli infusi putridi dei vegetali si conosce che fattori della putrefazione sono tanto gli aerobi quanto gli anaerobi. Si fece quindi la seguente esperienza. Si prese del liquido putrido di infuso di vegetali e si filtrò con la bugia di Chamberland. Constatata la sua sterilità con innesti in tubi con agar fusa, lo si iniettò nella quantità di 0 cm. e. sotto la cute di tre cavie. Dopo due ore dall'inoculazione del filtrato ; in due di queste cavie, si inocularono sotto la cute bacilli del tetano. Le due cavie che erano state inoculate col filtrato e coi bacilli del tetano morirono di tetano acutissimo dopo 18 a 20 ore; quella invece che era stata inoculata col solo infuso , sopravvisse all' inoculazione.
Altre esperienze si istituirono coli' inoculazione di pus di varia provenienza, come ascessi della mammella muliebre, linfoadeniti sup- purative della ghiandole inguinali secondarie a uretriti bleuorragi- che, paterecci, ecc.; e si è potuto vedere che anche il pus inoculato 24 ore prima dell' inoculazione de' bacilli del tetano o de' loro pro- dotti era causa che gli animali morissero di tetano acutissimo dopo le 18 o le 20 ore della seconda inoculazione. 11 pus prima di venire inoculato si diluiva con brodo sterile. Dalle cavie che erano state sottoposte soltanto all'inoculazione del pus, alcune ebbero ascessi che dopo alcun tempo si assorbirono, altre non manifestarono alcun fenomeno morboso.
Da tutto questo credo di non andare errato nel concludere: che ogni qual volta un organismo si trova in uno stato di dimiuuita re-
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sistcnza per assorbimento di materiali putridi o di pus e intervenga un' infezione per bacilli del tetano, questi trovano un terreno adatto per spiegare acutamente i loro poteri patogeni.
3° Allo scopo di studiare l'influenza che in qualche maniera possa avere sulla durata del tetano la natura delia lesione che ha dato adito al bacillo specifico si istituirono queste esperienze.
Ferite suppuranti. — Si è già veduto che inoculando bacilli del tetano in animali con ascessi sottocutanei, questi soccombono di te- tano acutissimo in uno spazio variabile di 18, 20 a 24 ore, e ciò alla condizione che l' inoculazione si pratichi in un punto lontano dal- l'ascesso ; se però dopo aperto 1' ascesso, in modo che il pus contenuto non fluisca tutto all' esterno, l' inoculazione vien praticata entro lo ascesso, 1' animale non solo soccombe assai tardi verso il 7° o Y8° giorno od anche il 10° dall' inoculazione, ma può talvolta non morire affatto. Sestini (39) ha già osservato che le superficie suppuranti non sono quelle che danno adito a certe infezioni.
In due maniere si può dare la interpretazione del fatto o am- mettendo che il pus sia un disadatto terreno di nutrizione per il bacillo del tetano ; ovvero che la parete ascessuale sia un eccellente protettivo contra le invasioni microbiche e che non abbia tendenza alcuna, in questo caso, ad assorbire la tossina segregata dal bacillo del tetano, e se mai 1' assorbisse, ciò fa con molto ritardo.
Alla spiegazione dei fatti si procedette così : In tubi contenenti per y3 pus di ascessi umani e per un altro % brodo sterile, si pra- ticò un abbondante innesto di bacilli del tetano tolti da colture vi- rulentissime. Metà di questi tubi si chiusero nel termostato a 37° C. per essere adoperati al 10° giorno, e coll'altra metà si inocularono nello stesso giorno in cavie. Tanto gli animali che erano stati ino- culati con le colture fatte lo stesso giorno , quanto quelli iniettati con le colture di dieci giorni, rimasero vivi senza accenno di con- tratture tetaniche. C è da ammettere da questi fatti che le super- ficie suppuranti non siano un'adatta porta di accesso per l'infezione tetanica.
Ferite contuse. — Dopo prodotte fortissime contusioni della cute e de' muscoli femorali di cavie, 24 ore dopo, in alcune vennero ino- culati frammenti di agar impregnati di tetanotoxina, in altre solo bacilli del tetano e si potè constatare la morte degli animali fra il 3° o il 4° giorno di tetano senza acceleramento di sorta.
Ferite tacere con spappolamento di tessuti. — Non pare che le ferite lacere e spappolate si comportino diversamente dalle contuse.
In animali, ai quali dopo prodotta una soluzione di continuo piuttosto vasta in corrispondenza de' muscoli femorali e poscia con
forbici tagliuzzato il tessuto muscolare e con pinza a denti strap- pati e dilacerati fibre e tendini e leso il periostio, si inocularono , 24 ore dopo, bacilli del tetano o prodotti e si ebbe la morte al 3.° o 4.° giorno in mezzo a convulsioni tetaniche, senza acceleramento alcuno; lo stesso come negli animali di controllo.
Fratture semplici. — Sembra che neanche le fratture sottocu- tanee esercitino nella cavia influenza alcuna sul decorrere del te- tano ; perchè gli animali , ai quali dopo 24 ore che era stata loro praticata la frattura del femore vennero inoculati con bacilli o pro- dotti del tetano, morirono tutti al 3.° o 4.° giorno di tetano, egual- mente come gli animali controllo.
Fratture complicate e comminute, — Dopo aperta una larga breccia nel femore di cavie e quasi triturato 1' osso femorale con uno scalpello, ne' tessuti così lesi 24 ore prima, s'inocularono po- scia bacilli o prodotti di coltura del tetano. Le contrazioni esordi- rono negli animali , trascorse 20 ore dall' inoculazione e la morte avvenne verso la fine del 3.° o al principio del 4.° giorno dopo l' inoculazione.
Da questi risultati mi sembra poter inferire che, mentre nel- l' uomo la natura del trauma sembra abbia un' influenza sul de- corso del tetano, nella cavia questo traumatismo locale non sembra esercitare nessun' azione sull'andamento che un' infezione di tetano possa assumere.
Parte III.
Modificazioni presentate da alcuni microrganismi patogeni e non patogeni, allorquando costretti a vegetare sopra terreni di nutrizione impregnati di tetanotoxina.
I risultati della prima parte di queste ricerche sono ben lungi dal dare la dimostrazione matematica della non decomponibilità del veleno del bacillo del tetano, per parte di que' microrganismi che sono stati costretti di vegetare sopra terreni di nutrizione imbevuti di tetanotoxina in compagnia del bacillo del tetano.
Infatti, col costringere un microrganismo qualsiasi di vivere so- pra terreni di nutrizione dove contemporaneamente vegeta il bacillo del tetano, e poscia coli' inoculare negli animali frammenti di agar impregnato de' prodotti de' due microrganismi che hanno insieme vegetato, e come si è veduto, avere la morte degli animali di tos- sicoemia con sintomi tetanici in brevissimo tempo, non basta perchè si concluda che quel microrganismo non ha il potere di decom-
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porre la tetanotoxma ; perchè questa sostanza, essendo mortale a dosi assolutamente imponderabili, avrebbe potuto, per il soggiorno •del microrganismo, essere stata decomposta in parte, ed il fatto non rilevarsi coli' esperienza. Pertanto in questa parte terza delle mie ricerche, mentre si studiano le modificazioni che il soggiorno sopra i terreni di nutrizione impregnati di tetanotoxina apporti a quei microrganismi che vi hanno vegetato ; si viene nello stesso tempo a dare la prova più sicura della indecomponibilità della tetanotoxina da parte di que' microrganismi adoperati in queste esperienze.
Più sopra si è veduto che tutte le volte che un microrganismo vegeti sui prodotti del tetano e si inoculi V agar impregnato di que- sti prodotti, la morte avviene rapidamente per tossicoemia con sin- tomi tetanici; restava dunque di vedere se i microrganismi non pa- togeni, i patogeni attenuati, non che i patogeni virulenti, una volta obbligati a vivere suir agar impregnato di tetanotoxina si erano o no modificati nella loro virulenza. Sanfelice ha veduto che quando il pseudo-bacillo del tetano avea vissuto per un certo tempo sul- 1' agar impregnato di tetanotoxina, il suo prodotto diveniva tossico, mentre il pseudobacillo dell'edema maligno ed il pseudobacillo del carbonchio sintomatico dalla loro permanenza sopra la tetanotoxi- na, acquistavano la proprietà di moltiplicarsi nell'organismo.
Nei soliti tubi ad U s' innestava in una delle branche il bacillo del tetano e si teneva per dieci giorni nella stufa a 37° 0., tra- scorsi i quali nella branca sterile si innestava il microrganismo le cui modificazioni si volevano studiare, e poscia si rimetteva il tubo nel termostato tenendovelo per altri quindici o venti giorni. Per assicurarmi, prima di passare al secondo innesto, che la tetano- toxina aveva impregnato tutto l' agar, infìggeva l'ago di platino ripetutamente nella branca sterile, e poscia lo inoculava nel con- nettivo sottocutaneo di una cavia. Se la tetanotoxina aveva impre- gnato tutto 1' agar, 1' animale moriva di tetano al 3° giorno.
In questa parte terza delle mie ricerche mi sono proposto di assicurarmi quali modificazioni avrebbero presentato que' microrga- nismi che per un certo tempo avessero vegetato su agar impregnato di tetanotoxina. Studiai perciò:
1.° I microrganismi non patogeni
2.° I microrganismi patogeni virulenti
3.° 1 microrganismi patogeni attenuati.
1.° Microrganismi non patogeni (Bacillus fluorescens. B. cya- nogenus , B. indicus, B. prodigiosus , B. subtilis, B. fluorescens li quefaciens). — Se uno di questi microrganismi vegeta per 15 a 20
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giorni alla temperatura di 37° C. sui terreni impregnati «li tetano- toxina, e poscia dalla superfìcie del tubo U non un ago di platino ad ansa si prenda un po' della patina costituita dal microrganismo e la si inoculi nel connettivo sottocutaneo di una cavia, questa muore con sintomi tetanici in 12, 14 a 10 ore. In questo caso la morte così rapida dell' animale e dovuta al prodotto del bacillo del tetano as- sociato al prodotto di uno de' microrganismo su nominati. Se però dai tubi ad U, contemporaneamente alle inoculazioni in animali, si facciano passaggi di ciascun microrganismo in altri tubi con agar sterile, che si tengono in istufa a 37° C. per 2 a 3 giorni, e poscia colla patina cresciuta superficialmente in ciascuno di questi tubi al 2° passaggio si inoculi una cavia, 1' animale muore in breve tempo, dopo 14 a 16 ore, di tossicoemia con sintomi tetanici. Se si inocu- lano i bacilli del terzo passaggio 1' animale muore pure cogli stessi sintomi, dopo 16, 18 e 20 ore. Inoculando la patina del 4° , 5° , 6°, 7°, 8°, 9°, ed in alcuni casi anche del 10° passaggio , si continua sempre ad avere la morte dell' animale; ma dopo il 4° o il 5° pas- saggio la morte non accade più fra le 16, 18 e le 20 ore: ma inve- ce, pur conservando gli stessi sintomi , avviene dopo 36, 40 a 48 ore dopo l'inoculazione. I microrganismi su nominati si spogliaro- no interamente del rivestimento di tetanotoxina dopo il 9° passaggio.
Ogni volta che si facevano le colture in agar si facevano pure in gelatina; ed in queste si è potuto osservare che tanto i fiuidifì- catori quanto i cromogeni avevano conservato tanto il potere di pro- ti arre il fermento fluidificante la gelatina, quanto quello di produrre pigmento. Un' avvertenza è mestieri si faccia, ed è : che tutte le volte che si fa il passaggio del microrganismo che ha vegetato col tetano, cioè che si trasporti dalla tetanotoxina su agar comune, bi- sogna aver cura di non prender mai i microrganismi dalla infissione, ma sempre dalla superfìcie ; e ciò per evitare il trasporto di qualche bacillo del tetano che avrà potuto avere oltrepassato il limite, costi- tuito dalla bambagia, che separa 1' una branca dall' altra del tubo ad U, fatto che è avvenuto quando il tampone centrale di ovatta non era stato messo con cura, e non sii era stata data quella spessezza necessaria. Anche nei successivi passaggi da tubo a tubo è bene si prendano sempre i microrganismi dalla superficie. I passaggi si fac- ciano dopo il 3* o il 4° giorno che il tubo è stato tenuto nel termo- stato a 37° C.
Se uno de' sei microrganismi su nominati, dopo che abbia ve- getato, come si è detto, per 15 a 20 giorni su agar impregnato di tetanotoxina, e poscia, mercè passaggio ogni tre o quattro giorni, se ne sia spogliato intieramente, si inoculi nel connettivo sottocu-
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taneo di ima cavia, l'animale non muore, perchè il microrganismo non ha acquistato per nulla la facoltà di moltiplicarsi nell'organismo, se però uno di questi stessi microrganismi, dopo svestitosi della te- tanotoxina e fatto vegetare in un tubo di agar a 37° 0. per 6 o 7 giorni, viene inoculato in compagnia dell' agar contenente il pro- dotto, 1' animale muore di tossicoemia, senza sintomi tetanici, dopo 20 o 24 ore presentando le seguenti note anatomo-patologiche : chiazza emorragica al sito d' inoculazione ; edema gelatinoso-sanguinolento più o meno circoscritto nel sottocutaneo al sito dell' inoculazione e congestione degli organi, in modo particolare del fegato e della milza.
Dunque, i microrganismi non patogeni, quando sono costretti di vivere per un certo tempo su agar impregnato di tetanotoxina, senza acquistare la proprietà di moltiplicarsi nell' organismo, acqui- stano quella di elaborare un prodotto eminentemente tossico per gli animali.
2° Microrganismi patogeni virulenti (Bacillus aniliracis). — 11 bacillo del carbonchio se viene inoculato dopo aver vissuto per 15 a 20 giorni sui terreni impregnati di tetanotoxina, uccide gli ani- mali di intossicazione con sintomi tetanici nello spazio di 12 a 14 ore dopo l' inoculazione. Se da un tubo ad U, dove contemporanea- mente vegetano bacillo del tetano e bacillo del carbonchio, si prenda coli' ago di platino il carbonchio dalla patina superficiale, e si fa un 1° passaggio in un tubo con agar sterile, e poscia, dopo aver tenuto questo tubo per 3 giorni nel termostato, s'infigga per tre volte l'ago di platino nella linea di infissione o lo si pulisca nel connettivo sot- tocutaneo di una cavia , questa muore di tossicoemia con sintomi tetanici dopo 12 a 14 ore. Anche il carbonchio del 2°, 3°, 4°, 5°r e 6° passaggio uccide la cavia dopo 12 a 14 ore dall' inoculazione cogli stessi sintomi. Tutto questo è dovuto a che i bacilli del car- bonchio non hanno ancora abbandonato il loro rivestimento di te- tanoxina. Dal 0° passaggio in su la morte, quantunque succeda cogli stessi sintomi e sia dovuta alla stessa causa, cionon pertanto avviene più tardi, fra le 20 alle 24 ore. Al 10° od 11° passaggio i bacilli del carbonchio si spogliano intieramente della tetanoxina e uccidono perciò senza sintomi tetanici.
Se dopo che il bacillo del carbonchio si è completamente sve- stito della tetanotoxina involgente, s' inocula in una cavia senza il suo prodotto; l'animale muore di carbonchio fra le 28 e le 30 ore, e 1' esame bacteriologico fa rilevare pochi bacilU nell' edema che è scarsissimo e pochissimi nel sangue e negli organi, specialmente nella milza che non è per nulla tumefatta. 11 reperto necroscopico non è per nulla caratteristico dell' infezione carbonchiosa.
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A che si deve attribuire questa scarsezza di bacilli nel sangue e negli organi ; questa poca quantità di edema gelatinoso nel sotto- cutaneo, non che 1' assoluta mancanza di tumore di milza e di fe- gato negli animali morti in seguito all' inoculazione di bacilli del carbonchio che hanno vegetato su terreni impregnati di tetanoto- xina? Potrebbe dipendere da che il carbonchio, dal suo soggiorno col tetano, abbia talmente esaltato la sua virulenza da non aver più bisogno per uccidere di una permanenza nell' organismo di una cavia di 36, 40, o 48 ore, e di moltiplicarsi straordinariamente negli or- gani. Se il bacillo del carbonchio, che è più virulento, s' inocula in compagnia del suo prodotto , 1' animale muore di setticoemia dopo 20 a 24 ore.
3° Microrganismi patogeni attenuati (Bacillus cavicida, Ba- cillus cuniculicida). — I bacilli della setticoemia delle cavie e della setticoemia de' conigli, se, dopo che hanno vissuto per un certo tempo sui prodotti solubili del bacillo del tetano, si inoculano ognuno se- paratamente, in cavie, uccidono di tossicoemia con sintomi tetanici dopo 14 a 16 ore. Se però contemporaneamente che si sono inocu- lati gli animali, dai tubi ad U contenenti tetano e cavicida, tetano e cuniculicida, questi due microrganismi si trasportano in tubi con agar sterile, e poscia, dopo tre giorni di permanenza in istufa a 37° C, da questi tubi si fa loro fare un 2° passaggio, in altri tubi, e, suc- cessivamente, un 3°, un 4°, un 5°, un 6°, e un 7°, si vede che fino al 10°, e talvolta anche all' 11° passaggio, conservano ancora la pro- prietà di uccidere per tossicoemia con sintomi tetanici. Dopo l'il* passaggio le cavie inoculate coi bacilli o della setticoemia delle cavie o della setticoemia de' conigli muoiono dopo 40 a 50 ore di setti- coemia dovuta a uno di questi microrganismi senza sintomi tetanici, essendo completamente svestiti della tetanotoxina.
Gli animali morti per il bacillo della setticoemia delle cavie danno il seguente reperto : emorragìe sottocutanee ed iperemia dei vasi cutanei ; edema sanguinolento poco copioso sotto la cute ; tu- more di fegato e di milza, iperemia degli organi ed aumento del liquido peritoneale ; di più, si trovano copiosi bacilli nell' edema, nel sangue e negli organi. Dalle lastre fatte col sangue e cogli organi si è isolato il bacillo della setticoemia delle cavie. Nelle cavie morte per inoculazione di cuniculicida, si è trovato edema sanguinolento sotto la cute, iperemia degli organi e leggero tumore di milza. Nel sangue del cuore, in quello degli organi, e nell' edema, vi erano co- piosi bacilli che poi dalle lastre si vide che era il cuniculicida.
Il fatto che il cuniculicida si è moltiplicato nell'organismo della cavia è molto interessante, non essendo questo microrganismo af-
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fatto patogeno per la cavia. Sembra che dalla sua permanenza sui terreni impregnati di tetanotoxina abbia acquistato le qualità di es- sere patogeno per la cavia. Se il cavicida o il cuuiculicida s' inocu- lano unitamente ai loro prodotti, uccidono dopo 20 a 24 ore. In questo caso il reperto necroscopico non è cosi caratteristico come nei casi precedenti. Dunque questi due microrganismi attenuati hanno ac- quistato la loro virulenza in seguito alla loro permanenza, per un dato tempo sui terreni impregnati di tetanotoxina.
È noto da parecchi anni che i prodotti di ricambio de' micror- ganismi possono ridare la virulenza a que' microrganismi patogeni che T hanno perduta e rendere accessibili ad una data infezione ani- mali, dotati contro essa di immunità naturale. Roger (40) giunse a rendere accessibili all' infezione di carbonchio sintomatico i co- nigli che ne sono naturalmente refrattari, inoculando loro, insieme al bacillo del carbonchio sintomatico , i prodotti del bacillo prodi- gioso, o quelli del Proteus vulgaris, e dello stafilococco aureo, o un infuso di carne putrefatta. Monti (41) ha ridato la virulenza al pneu- moccocco di Frankel ed allo streptococco dell' eresipela, inoculando insieme ad essi i prodotti di coltura del Proteus vulgaris o di altri saprogeni. Bone hard (42) dice che essendo dati microrganismi non antagonisti ma ausiliari, si può, inoculando 1' uno o iniettando i suoi prodotti solubili, permettere all' altro di svilupparsi in un animale che alla sua infezione è naturalmente refrattario, ovvero rendere possibile il suo sviluppo in un animale ad esso non naturalmente refrattario, e ciò nel caso in cui la virulenza di questo microrga- nismo si fosse talmente attenuata che esso non potesse più mani- festare i suoi fenomeni d'infezione in questo animale non refrattario. Roux e Yersen (43) videro che il bacillo della difterite attenuato riacquistava il suo potere patogeno tutte le volte che si inoculava mescolato a colture virulente di streptococco dell' eresipela o dei suoi prodotti. San fé li ce pervenne a rendere patogeni il pseudobacillo del carbonchio sintomatico e il pseudobacillo dell' edema maligno coli' obbligarli a vivere sui prodotti del bacillo del tetano. Ultima- mente Sanarelli (44) ha potuto rendere il bacillo del tifo virulento e patogeno per le cavie, inoculandolo contemporaneamente coi pro- dotti di coltura del Bacierium coli commune o del Proteus vul- garis, passati per il filtro di Chamberland e sterilizzati.
Hacillus typhi abdominalis, Vibrio cholerae asiaticae e Pneu- mobacillus Frìedlànderì. — 11 bacillo del tifo, quello del colera ed il pneumobacillo se dopo aver vegetato per un certo tempo in com- pagnia del tetano, si trasportano, ognuno separatamente, in tubi con agar sterile, ed al terzo giorno di loro permanenza nel termostato,
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si sottopongano ad un secondo passaggio, e poscia ad un terzo, un quarto, un quinto, un sesto ecc., fino ad un decimo o ad un undi- cesimo passaggio; questi microrganismi conservano il potere di uc- cidere le cavie con sintomi tetanici dopo 16, 18 a 24 ore dalla inoculazione. Se questi microrganismi, dopo che si sono svestiti della tetanotoxina, si inoculano separatamente, uccidono le cavie di set- ticoemia in uno spazio di tempo variabile fra le 48, 52, 60 e 64 ore.
Nelle cavie che muoiono di setticoemia dovuta al bacillo di Eberth troviamo: iperemia de' vasi cutanei, poco edema nel sot- tocutaneo ; aumento di liquido nel peritoneo ; organi poco iperemici; tumore di milza e molto iniettata la sierosa intestinale. Negli organi come nel sangue si scopre il bacillo caratteristico dai quali poi viene isolato. Nelle cavie morte in seguito all'inoculazione del Choleravibrio e del pneumobacillo non si trova nulla di caratteristico ; ad ecce- zione di un leggero tumore di milza in quelle morte per iniezione di pneumobacillo. Anche questi però muoiono di setticoemia, e dagli organi e dal sangue si isola il Choleravìbrio e il pneumobacillo di Friedlànder. Se coi bacilli del tifo s'inoculano i loro prodotti, le cavie muoiono di setticoemia tifosa dopo 24 a 36 ore. Lo stesso di- casi del vibrione del colera asiatico e del pneumobacillo.
Staphylococcus pyogenes aureus e Staphylococcus pyogenes albus. — Allorquando uno di questi microrganismi si costringe a vivere per un certo tempo sull' agar impregnato di tetanotoxina, ac- quista il potere di uccidere gli animali di setticoemia. Inoculando cavie con stafilococco aureo od albo, che hanno vissuto col bacillo del tetano per 15 a 20 giorni, queste muoiono con sintomi tetanici dopo 16 a 18 ore. In questo caso i cocchi non si trovano molto ab- bondanti nel sangue. Se da una coltura in agar contenente il bacillo del tetano e lo stafilococco aureo od albo, si faccia un 1° passaggio di questi nucrococchi in tubi con agar sterile, e poscia, dopo lasciati per tre giorni in istufa a 37° C, s'inoculi uno di essi in una cavia, questa muore con sintomi tetanici dopo 16 a 18 ore. Anche le cavie inoculate col 2° , 3° , 4° , 5° e 6° passaggio muoiono nel medesimo spazio di tempo cogli stessi sintomi, poiché la tetanotoxina non ab- bandona completamente gli stafilococchi piogeno aureo e piogeno albo che dopo il 9° o il 10° passaggio.
Gli stafilococchi, una volta svestiti della tetanotoxina e inocu- lati, uccidono di setticoemia dopo 40 a 56 ore, colle seguenti note anatomo-patologiche : iperemia de' vasi cutanei, edema siero puru- lento nella regione toraco-addominale, suppurazione al sito d'inocula- zione : arrossamento de' muscoli , aumento del liquido peritonale , iperemia e colore bruno ardesiaco degli organi. Nel sangue e negli
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organi al microscopio si notano molti cocchi. Dunque gli stafilococchi attenuati dalla loro permanenza col bacillo del tetano hanno acqui- stato la proprietà di moltiplicarsi nell' organismo e di uccidere.
Parte IV.
Negli organi e nel sangue degli animali morti per l'inocula- zione della tetanotoxina associata con un altro prodotto bacterico ; conservano i due prodotti di coltura la stessa proprietà di uccidere in brevissimo tempo?
Quest' ultima parte delle ricerche fu istituita collo scopo di ve- dere se gli animali inoculati col sangue e cogli organi di cavie morte dopo 14 a 16 ore per l' inoculazione delle tossine del bacillo del te- tano associate a quelli di un altro microrganismo, morivano cogli stessi sintomi e nello stesso spazio di tempo.
Per le ricerche del Bruschettini (45) si sa che il sangue, il sistema nervoso e i reni degli animali morti di tetano, inoculati in altri animali, danno tetano; mentre le emulsioni di fegato e di capsule surrinali non lo danno affatto. Behring e Kitasato (46) videro che il veleno del tetano si trova nel sangue e ne' transudati sierosi e più tardi Kitasato (47) dimostrò che inoculando in animali sangue cardiaco e frammenti di nervi, muscoli, milza, fegato reni, polmoni di animali morti di tetano non si riproduceva la malattia, Brun- ner (48) osservò che il veleno del tetano esiste nel sistema ner- voso, nel sangue e ne' liquidi della pleura e del pericardio. Cam ara Pestana (49) inoculando frammenti di muscoli o di nervi non ri- produsse la malattia, invece la riprodusse sempre con l' inoculazione di frammenti di polmoni, milza, reni o fegato di tetanici. Ultima- mente Stern (50) giunse a provocare il tetano in topini coll'inocu- lazione di pezzi di decidua tolti da due donne in preda a tetano puer- perale.
Allo scopo di vedere se queste tossine tanto potenti, la cui unione produce la morte di una cavia dopo 14 a 10 ore, si contenessero tanto nel sangue, quanto nel fegato, nella milza, ne' reni e ne' pol- moni delle cavie morte di tossicoemia doppia o uccise negli ultimi istanti; con una siringa del Tur sin i si raccoglieva tutto il sangue che si poteva e lo si inoculava in cavie sane ; gli organi poi delle cavie morte di tossicoemia con sintomi tetanici si estraevano con tutte le cautele antisettiche e si inoculavano in altri animali. Tan- to le cavie inoculate col sangue, alla condizione però che la quan- tità non sia tanto poca, quanto quelle inoculate con pezzetti di or-
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gani, morirono tutte di tossicoemia con sintomi tetanici dopo 20 a 24 ore, L'esperienza è stata più volte ripetuta sempre cogli stessi risultati.
Conclusioni.
1° Tutte le volte che si inoculi nel connettivo sottocutaneo di un animale il prodotto di coltura del Bacillus tetani in associazione con quello di uno di questo microrganismi, Stapliylococcus pyogenes aureus, S. pyogenes albus, S. pyogenes tenuis , S. pyogenes ci- ireus, S. cereus flavus, Streptococcus erysipelatosus, S. pyogenes, S. septicus liquefaciens, Micrococcus tetragonus, Bacillus pyo- cyaneus, B. cuniculisepiicus, B. cavisepticus, B. cholerae gallina- rum, B. anthracis , Diplobacillus salivarius septicus Fiocciae, Pneumococcus Frànteli, Bacillus murisepticus, Bacillo del mal rosso di suini, B. della peste de1 suini, Viario cholerae asiaticae, V. Deneki , V. Milleri , V. Metschnikovi, V. Finkleri et Priori, Bacillus typlius abdominalis, Pneumobacillus Freidlànderi, Bac- teriun coli commune, Bacillus neapolitanus, B. pseudoedematis maligni, B. tuberculosis , B. mallei, B. diphteriae, Steptotrix vio- lacea, Bacillus prodigìosus, B. cyanogenus, B. violaceus, B. in- dicus, B. fluorescens liquefaciens, B. fluorescens e Bacillo rosso dell' acqua, si ha costantemente la morte dell' animale per tossicoe- mia doppia con sintomi tetanici in uno spazio di tempo variabile dalle 12 alle 26 ore.
2° Tale intossicazione non devesi ascrivere all' azione di un nuovo prodotto chimico, elaborato in vitro dai due microrganismi che hanno insieme vegetato ; ma deve attribuirsi a che i due prodotti, nell'or- ganismo in cui vengono inoculati , agiscono separatamente 1' uno dall'altro, probabilmente accumulando i loro effetti.
3° Allorquando un animale si trovi in uno stato di diminuita re- sistenza in causa di un' infezione primitiva e sopraggiunga un'infe- zione secondaria con tetano, l'animale muore di tetano acutissimo; e tutte le volte che in un animale avvenga un' infezione per tetano e il tetano decorra cronicamente senza uccidere 1' animale, e poscia sopraggiunga un'infezione secondaria per altri microrganismi, l'ani- male muore di tetano riacutizzato'
4° Quando per assorbimento di materiali putridi o per suppura- zioni circoscritte in varie parti del corpo, un organismo si trovi in uno stato di diminuita resistenza fisiologica e intervenga un' infe- zione per tetano, la nuova infezione trova un terreno favorevole per esplicarsi acutamente.
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5° Le superficie suppuranti non sono un' acconcia porta d' in- gresso alle infezioni con bacilli dei tetano.
6° Il traumatismo locale nelle cavie non esercita nessuna influenza sul decorrere dell' infezione tetanica.
7° Nessun microrganismo aerobio, sia esso patogeno o no, ha il potere di decomporre la toxina elaborata del bacillo del tetano.
8° Il Bacillus fluorescens, il B. cyanogenus, il B. indicus, il B. subtilis , il B. prodigiosus e il B. fluorescens liquefaciens, se dopo essere stati obbligati a vivere per un certo tempo sui terreni di nutrizione impregnati di tetanoxina si inoculano negli animali in compagnia dei loro prodotti solubili, si trova che non sono diventati patogeni, ma hanno conseguito la proprietà di elaborare un prodotto eminentemente venefico, cioè sono diventati tossici.
9. Il Bacillus anthracis dalla sua permanenza col Bacillus te- tani ha acquistato la proprietà di essere più virulento, tanto da uc- cidere costantemente le cavie di setticoemia dopo 24 a 28 ore.
10° Tutte le volte che sull' agar dove vegeta il bacillo del tetano si costringono a vivere per un certo tempo il Bacillus cavicida, il B. cunìculicida, il B. typhi addominalis, il Vibrio cìiolerae asìati- cae, il Pneumobacillus Frietil'ànderi, lo Staphylococcus pyogenes aureus e lo S. pyogenes albus attenuati, e poscia dopo svestiti della tetanotoxina, si inoculano nel connettivo sottocutaneo delle cavie,, si trova che questi microrganismi hanno riacquistato la facoltà di moltiplicarsi nell' organismo.
11° La tetanotoxina rende il Bacillus 'cunìculicida, che usual- mente non è setticoemico per le cavie, capace di moltiplicarsi nel loro organismo e di ucciderle di setticoemia.
12.° Il Bacillus tetani non esercita nessuna azione antagoni- stica di fronte ai 40 migrorganismi adoperati in queste ricerche e fra questi non vi è alcuno che è antagonista del bacillo del tetano.
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36. Vincent. Elude sur le résullals de V associalion du Streplocoque et du Ba- cine typique chez l' ho mine et chez les animaux. Annales de llnstitut Pasteur, 1893.
37. Sanfelice. Contributo alla morfologia e biologia dei batteri saprogeni, aerobi ed anaerobi. Annali dell' Istituto d' igiene sperimentale della R. Univer- sità di Roma. 1890.
38. Santori. Ricerche bacteriologiche sulla decomposizione putrida de' vegetali. Annali dell' Istituto d' igiene sperimentale della R. Università di Roma, 1891.
39. Sestini. Sulla possibilità di una infezione attraverso una superficie suppu- rante. La Riforma medica, 1890.
40. Roger. SociUé do Biologie. Gennaio e Febbraio 1889.
41. Monti. Influenza de' prodotti tossici de1 sapro fili sulla restituzione della vi- rulenza ai microparassili attenuali. Atti della R. Accademia dei Lincei, 1889,
42. Bouchard. Aclion des produits sécréléi par lei microbes palhogènes. Paris, Gauthier et lils, 1890
43. Roux et Yerse.n. Recherches sur la Diphlherie (3a Memoria). Annales de l'Institut Pasteur, 1890.
44. Sanarelli. Eludes sur la piòvre expèrìmenlale. Annales de Tlstitut Pa- steur, 1893.
45. Bruschettini. Recerclies priiiminaires sur la diffuùon du poison du tHanos dans l'organisme. Annales de Micrographie, 1890 — Sulla diffusione del veleno del telano nell' organismo. Ritorma medica. 1832.
46. Behring und Kitasato. Ueber der Zuslandkommen der Diphlerie und Te- tanus Immunildl bel Thieren. Deutsche med. Wochenschrift, 1890.
47. Kitasato. Ueber dea Tetanuserreger. A.llg. Wien. Med. Zeit., 1890.
48. Brunner. Zur Palhogcnese des Kopftetanus. Berliner Klin. Wochenschrift, 1891.
49. Camara Pestana. Diffusion du poison du THanos 'dans l'organisme. Sem. med., 1891.
50. Stern. Ueber zwci Falle von Tetanus. Deutsche medicinische Wochen- schritf, 1892.
TABELLE
Tabella I.
Numero desìi animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo-pa- toldgiche
— 90
Bacillus tetani e Staphylococcus pyogenes aureus
<
Bacillus tetani e Staphylococcus pyogenes albus
5 cavie 5 conigli
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 14 a 16 ore per tos- sicoemia con sintomi tetanici assai manife- sti. I conigli piccoli si comportano come le cavie; i grandi muoiono con un ritardo consi- derevole.
chiazza emorragica al sito dell'inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo , special- mente in corrispon- denza della regione addominale; iperemia di quasi tutti gli or- gani, particolarmente del fegato e della milza
5 cavie 5 conigli
id
id.
id.
id.
dopo 14 a 10 ore di tos- sicoemia con sintomi tetanici. I conigli pic- coli morirono nello stesso tempo e cogli stessi sintomi. I coni- gli adulti al 3° ed anche al4°giorno nello stesso modo
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrispon- denza della regione addominale; iperemia di quasi tutti gli or- gani, particolarmente del fegato e della milza
— 01 —
Bacillus tetani naphylococcus pyogencs tenui»
Bacillus tctaui e Staphylococcus pyogenes citreus
Bacillus tetani e Staphylococcus cereus flavus
5 cavie 5 conigli
id.
id.
id.
id.
lopo 14 a 16 ore di tos- sicoemia con sintomi di tetano. Per i conigli si ripeta quel che si disse precedentemente
chiazza emorraggica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrispon- denza della regione addominale: iperemia di quasi tutti gli or- gani, particolarmente del fegato e della milza
5 cavie 5 conigli
id.
id.
id.
id.
dopo 18 a 20 ore di tos- sicoemia con sintomi tetanici manifestissimi. Anche qui i conigli giovani si comportano come le cavie, mentre gli adulti muoiono as- sai più tardi.
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrispon- denza della ragione addominale ; iperemia di quasi tutti gli or- gani, particolarmente del fegato e della milza
5 cavie 5 conigli
id.
id.
ni.
id.
dopo 18 a 20 ore di tos- sicoemia con sintomi tetanici. I conigli pic- coli morirono dopo 18 a 20 ore. i grandi al 3° ed al 4° giorno dopo l' inoculazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrispon- denza della regione addominale; iperemia di quasi tutti gli or- gani, particolarmente del fegato e della milza
Tabella II.
Numero degli animali
Culture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo-pa- tologiche
— 92 —
Bacillus tetani e Bacillus tetragonus
Bacillus tetani e Streptococcus pyogenea
5 cavie 5 conigli
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 18 a 20 ore di tos- sicoemia con sintomi di tetano. I conigli pic- coli morirono dopo 18 a 20 ore, e dopo 4 a 5 giorni gli adulti
chiazza emorragica al si- to dell' inoculazione; e- dema gelatinoso nel sottocutaneo, special mente in corrrispon- denza della regione ad- dominale; iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del fe- gato e della milza
5 cavie 5 conigli
id.
id.
id.
id.
dopo 14 a 10 ore di tos- sicoemia con sintomi tetanici. Anche dopo lo stesso tempo si ebbe la morte de'conigli pic- coli, quella degli adul- ti si ebbe dopo 4 o 5 giorni
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo; special- mente in corrispon- denza della regione ad- dominale; iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del le- gato e della milza.
— 93
Bacillus tetani Streptococcus erysipelae
Bacillus tetani
e Streptococcus septicus
liquefaciens
Bacillus tetani e Bacillus pyocyanogenus
5 cavie 5 conigli
id.
id.
id.
id.
dopo 14 a 16 ore di tos- sicoemia con sintomi tetanici. La morte dei conigli piccoli avviene come nelle cavie, quel- la de'grossi dopo il 3°, 4° o il 5° giorno
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrisponden- za della regione addo- minale ; iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del fe- gato e della milza
5 cavie 5 conigli
id.
id.
id.
id.
dopo 11 a 10 ore di in- tossicazione con sinto- mi di tetano. Anche qui i conigli si com- portano nel modo an- zidetto
chiazza emorragica al si- to dell' inoculazione ; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrispon- denza della regione ad- dominale; iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del fe- gato e della milza
5 cavie 5 coniali
id.
id.
id.
id.
dopo 14 a 10 ore di in- tossicamento e con sin- tomi tetanici eviden- tissimi. I conigli si comportano nel modo anzidetto
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso nel sottocutaneo, special- mente in corrisponden- za della regione ad- dominale: iperemia di quasi tutti gli organi, particolarmente del fe- gato e nella milza
— 94 —
Tabella III.
^
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anato mo-pa- tologiche
Baeillus tetani e Baeillus cuniculicida
Baeillus tetani e Baeillus cavicida
5 cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 12 a 14 ore di in- tossicazione
in corrispondenza del sito d' inoculazione chiazza emorragica ed edema gelatinoso sanguinolen- to, iperemia di quasi tutti gli organi molto evidente nel fegato e nella milza
5 cavie
iti.
iti.
id.
id.
dopo 12 a 14 ore di in- tossicazione
in corrispondenza del sito d'inoculazione chiazza emorragica ed edema gelatinoso sanguinolen- to, iperemia di quasi tutti gli organi molto evidente nel fegato e nella milza
95 —
Bacillus tetani e Bacillus colerae gallinarum
Bacillus tetani e Bacillus anthracis
Bacillus tetani e Dipiobacillus salivavius septicus
5 cavie
id.
iti.
id.
id.
dopo 10 a 18 ore di in- tossicazione
in corrispondenza del sito d* inoculazione chiazza emorragica ed edema gelatinoso sanguinolen- to, iperemia di quasi tutti gli organi molto evidente nel fegato e nella milza
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 12 a 14 ore di in-
tossicamento
copioso edema gelatinoso sanguinolente nel sot- tocutaneo. Chiazza e- morragica al sito del- l' inoculazione ed ipe- remia di tutti gli or- sani
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 16 a 18 ore di in- tossicazione
edema gelatinoso sangui- nolente non molto ab- bondante nel sottocu- taneo. Chiazza emor- ragica al sito dell'ino- culazione ed iperemia de'vasi cutanei. Ipere- mia di tutti gli organi e congestione conside- revole de' polmoni
— 96
Tabella IV.
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anato mo-pa- tologiche
Baeillus tetani e Pneumococcus Fraukeli
o cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 12 a 14 ore di in- tossicazione .
edema gelatinoso sangui- nolento non molto ab- bondante nel sottocu- taneo. Chiazza emorra- ragica al sito dell' ino- culazione ed iperemia de' vasi cutanei. Ipere- mia di tutti gli organi e congestione conside- revole de' polmoni
Baeillus tetani e Baeillus murisepticus
ili
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 16 a 18 ore di in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione, poco edema gelatinoso san- guinolento ed iperemia degli organi
.,;:;,:
Bacillus tetani e Bacillo del mal rósso dei suini
97
Bacillus tetani e Bacillo della peste dei suini
Bacillus tetani e Vibrio colerae asiaticae
5 cavie
id,
id.
id.
ili.
dopo 16 a 18 ore di in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell'inoculazione, poco edema gelatinoso san- guinolento ed iperemia degli organi
.> cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 18 a 20 ore di in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell'inoculazione, poco edema gelatinoso san- guinolento ed iperemia deo-li organi
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 14 a 16 ore di in- tossicazione
chiazzaemorragicaalsito dell'inoculazione, poco edema gelatinoso san- guinolento ed iperemii degli organi
i= -«n**'^
Tabella V.
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo-pa- tologiche
OS —
Bacillus tetani e V i l> r i o D e n e k i'
Bacillus tetani e Vibrio Metsehnikovi
o cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 18 a 20 ore per in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione, poco edema gelatinoso-san- guinolento e iperemia degli organi
5 cavie
iti.
id.
id.
id.
dopo 14 a 16 ore per in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione, poco edema gelatinoso-san- guinolento ed iperemia degli organi
— 00 —
IJaiillus tetani e V i b r i o M i 1 1 e r i
Uacillus tetani e Vibrio FinklerV et Priori
Bacillus tetani e l'iieumohatillus FreidlanderY
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 18 a 2U ore per tos- sicoemia
chiazza emorragica al sito dell'inoculazione, poco edema gelatinoso-san- guinolento e iperemia degli organi
5 cavie
id.
id.
5 cavie
id.
id.
dopo 18 a 20 ore per in-
tossicamento
chiazza emorragica al sito dell'inoculazione, poco edema gclatinoso-san- guinolento e iperemia degli orfani
id.
id.
id.
dopo 14 a 16 ore per tos- sicoemia
chiazza emorrat ica al sito dell'inoculazione e scar- sissimo edema gelali- noso-sanguinolento nel sottocutaneo
Tabella VI.
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo-pa- tologiche
100
Bacillus tetani e Bacillus typhy ahdominalis
Bacillus tetani e Bacteriuin coli connimne
d cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 14 a 10 ore per tossicoemia
chiazza emorragica al si- to dell'inoculazione e scarsissimo edema gc- latinoso-sanguinolen to nel sottocutaneo
5 cavie
iti.
iti.
id.
id.
dopo 16 a 18 ore per tossicoemia
chiazza emorragica al si- to dell' inoculazione e scarsissimo edema ge- latinoso-sanguinolento nel sottocutaneo
- 101 —
Bacilhts tetani e Bacillo delle feci
Bacillus tetani e Bacillus pseudoedeinatis maligni
Bacillus tetani e Bacillus tuberculosis
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 16 a 18 ore per tossicoemia
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; e scarsissimo edema gelatinoso sanguino- lento nel sottocutaneo
5 cavie
id.
id.
id.
dopo 11 a 10 ore per intossicazione.
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; e scarsissimo edema gelatinoso sanguino- lento nel sottocutaneo
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 22 a 24 ore e tal- volta anche a 20 ore per intossicazione
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica , pochissimo edema ge- latinoso-sanguinolento ed iperemia degli or- fani
— 102 —
Tabella VII.
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni analo ino- pa- tologi che
Bacillus tetani e Bacillus ni a 1 1 e i
Bacillus tetani e Bacillus difteriae
D cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 20 , 24 e talvolta anche 26 ore per in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione, edema gelatinoso-san- guinolento assai scar- so ed iperemia degli organi
5 cavie
id
id.
id.
id.
dopo 12 a 14 ore per in- tossicazione
iperemia considerevole de' vasi cutanei, chiaz- za estesissima al sito d' inoculazione ed un discreto edema gelati- noso - sanguinolento nel sottocutaneo della regione toracico-addo- minale ; iperemia di tutti gli organi, parti- colarmente del fegato e della milza
10: J —
Bacillus tetani e Mreptotrix violacea
5 cavie
id.
id.
id.
dopo 20 a 24 ore per in- tossicazione
chiazza emorragica al sito dell' inoculazione; edema gelatinoso san- guinolenti) assai scarso ed iperemia degli or- gani
Bacillus tetani e Bacillus prodigiosns
Bacillus tetani e Bacillus oyanogenus
5 cavie
id.
id.
id.
ili.
dopo 1G a 18 ore per in- tossicazione
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica , poco edema gelatinoso- sanguinolento e talvol- ta organi i pere mici.
5 cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 16 a 18 ore per in- tossicazione
al sito dell' incitazione chiazza emorragica, po- co edema gelatinoso- sanguinolento e talvol- ta organi iperemici
— 104
Tabella Vili.
Numero degli animali
Culture iu
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo- pa- tologiche
Bacillus tetani e Bacillus violaeeus
Bacillus tetani e Bacillus indieu-
5 cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
associati e contempora- neamente
tetanici
dopo 18, 20 a 24 ore per intossicazione
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica po- co edema gelatinoso - sanguinolento e talvol- ta organi iperemie i
•) cavie
id.
i.ì.
id.
id.
dopo 18, 20 a 24 ore per intossicazione
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica, pc- co edema gelatinoso- sanguinolento e talvol- ta organi ipcremici
— 105
Bacillus tetani ! e Bacillus tìuorescens liijuefaciens
Bacillus tetani e Bacillus tìuorescens
Bacillus tetani e Bacillo rosso dell' acqua
5 cavie
id.
5 cavie
id.
id.
id.
id.
id.
id.
id.
dopo 16, 18 a 24 ore per dopo 18, 20 a 24 ore per intossicazione intossicazione
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica , poco edema gelatinoso sanguinolento e tal- volta organi iperemici.
b cavie
id.
id.
id.
id.
dopo 18, 20 a 24 ore per intossicazione
al sito deir inoculazione chiazza emorragica , poco edema gelatinoso sanguinolento e talvol- ta organi iperemici.
al sito dell' inoculazione chiazza emorragica, po- co edema gelatinoso sanguinolento e talvol- ta organi iperemici
Tabella IX.
Numero degli animali
Colture in
Inoculazione di soli pro- dotti nel
I prodotti si inoculano
Sintomi
Morte
Alterazioni anatomo -pa- tologiche
— 100 -
Bacillus tetani e Bacillus antliracis
Bacillus tetani e Bacillus pyocyanogenus
5 cavie
agar-agar
connettivo sottocutaneo
conte m por a neamente; quelli del bacillo del tetano a destra e quel- li del bacillo del car- bonchio a sinistra
tetanici
dopo 12 a 14 ore per in-
tossicamento
edema gelatinoso-sangui- nolento e abbondan- tissimo nel sottocuta- neo e chiazza emorra- gica ai siti d' inocula- zione, ed iperemia de- gli organi, specie del fegato e della milza
5 cavie
id.
id.
contemporaneamente; quelli del bacillo del tetano a destra e quelli del bacillo piocianeo a sinistra
id.
dopo 10 a 20 ore per in
-tossicamento.
chiazza emorragica ai siti dell' inoculazione, ede- ma discreto, sanguino lento e gelatinoso nel sottocutaneo, ed ipere- mia di tutti adi organi
— 107 —
Bacillus tetani e Bacili us prodigiosus
Bacillus tetani e Shiphylococcus pyogenes aureus
Bacillus tetani e Staphylococcus pyogenes albus
5 cavie
id.
id.
contempo rancamente : quelli del bacillo del tetano a destra e quelli del bacillo prodigioso a sinistra
id.
iopo 16 a 20 ore per in- tossicamento
chiazza emorragica ai siti dell' inoculazione, ede- ma discreto, sanguino- lento e gelatinoso nel sottocutaneo, ed ipere- mia di tutti gli organi
5 cavie